Paolo Donini per INFANZIA RESA

INFANZIA RESA continua a ricevere parole importanti. Queste sono di Paolo Donini, grande poeta appartato della poesia italiana.

 

Il poeta parla

su Infanzia resa di Sebastiano Aglieco

A proposito delle Kinderszenen, le minuscole sonate per pianoforte che dedicò all’infanzia, Schumann ebbe a dire dapprima che si trattava di musiche “per bambini da parte di un adulto” per poi rettificare, ridefinendo queste miniature musicali come “reminescenze per adulti da parte di un adulto”.

Del resto, ogniqualvolta l’arte pone esplicitamente il tema dell’infanzia, pone altresì il quesito: a chi, così facendo, essa si rivolge? E ciò per un dato basilare quanto aleatorio: il bambino non è parametrabile, né come soggetto né come destinatario di qualsivoglia discorso.

L’imparametrabiltà del bambino consiste infatti nella sua radicale diversità, rispetto all’adulto, tale per cui le due condizioni, infantile e adulta, sono reciprocamente aliene, salvo poi preannunciarsi o sopravvivere in frantumi l’una nell’altra, nella sapienza dei piccoli e nella fanciullezza dei grandi, restando però il fatto che a comporre il discorso per/del/sul bambino sarà irrimediabilmente l’adulto.

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Lasciando a latere le varie eccellenze di letteratura rivolta all’infanzia, dove nella certezza della condizione adulta dell’artefice, per quanto fanciullesca o mimetica possa essere, alberga di conseguenza una irrisolvibile e sovente suggestiva promiscuità del destinatario, restano assai pochi i casi di opere che non si prefiggano di essere per bambini o sui bambini, bensì di fronte a loro.

Tra queste, certamente va annoverata Infanzia resa, recente raccolta di Sebastiano Aglieco.

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Per un adulto, trovarsi di fronte a un bambino è un’esperienza rara e illuminante. E qui la rarità importa un problema di condizione. Un adulto si trova nella condizione di trovarsi un bambino non sotto agli occhi, non in sé e nelle proprie reviviscenze ancestrali, ma di fronte, sullo stesso piano, obiettivamente solo in tre casi: essendone il genitore, un padre o una madre consapevoli della complanarità tragica della vita, la propria e quella del figliolo; essendone il maestro, nel senso più profondamente pedagogico ed empatico del termine; essendo un poeta, ovvero, come scrive Garcia Lorca un “polso ferito che tocca le cose dall’altro lato” e riguardo ai bambini potremmo dire li vede sul versante in cui l’infanzia emerge come l’età più ardita, nobile e rischiosa dell’esistenza.

Non sappiamo se Aglieco sia genitore ma delle tre condizioni suddette ne vanta almeno due, di maestro e poeta.

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Per un maestro è naturale e d’altro canto quotidiano stare di fronte ai bambini. Ciò che invece va qui almeno in parte articolato è il problema pedagogico che investe chi affronti un bambino sul proprio stesso piano, dato che inevitabilmente questi resterà irretito dalla pienezza, dalla sfericità di una relazione dove l’interlocutore è immerso in

una condizione che non sarà mai più così acuta, recettiva, vigile, totale e allo stesso tempo sprovvista e inerme, fino a restituire al mittente ogni certezza in chiave dubitativa e la forma stessa del rudimento nella versione di un battente sospetto di inadeguatezza.

È allora che il maestro Aglieco, pur proseguendo nella sua attenta e assidua opera di didatta esperto, a sostegno di una simile questione, produce uno scarto, a lui esclusivo e del tutto speciale, frutto della rarità della sua duplice condizione. Nella larga luce della mattina, dietro ai vetri di un’aula in una scuola elementare di un quartiere urbano, coadiuvato dalla suggestione di rondini dolenti nelle cimase e dita di rami che picchiettano al vetro, innanzi all’aristocrazia assorta e canzonatoria di venti, venticinque bambini, sostituisce al maestro il poeta. E fa dell’aula un’arca dell’universo dove incrociano i destini di tutti.

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Per scrivere bisogna essere niente”, ne è convinto l’eterno apprendista scrittore di Ieri di Ágota Kristóf, operaio sotto mentite spoglie in una fabbrica di orologi, e Aglieco, che ha importato questa locuzione in esergo al suo blog, lo sa bene. Ma c’è un’altra, altrettanto minuta e avventurosa professione oltre a quella del poeta, per cui occorre essere niente, ed è il mestiere del bambino.

L’essere niente del bambino è il suo corredo dal nulla, il suo (pre) curriculum vitae, requisito che gli consente ad ogni tratto di porsi dinanzi a quel tutto che ha il compito di scoprire ed esperimentare.

La mossa di Aglieco, nel vis a vis quotidiano con i suoi bambini, consiste allora nello scarto fra il vederli ora nella specula organizzata del maestro, ora, a sorpresa, nello sguardo del poeta, che essendo pervaso di fanciullezza e nullificazione, potrà accogliere i bambini in quanto sodali di una medesima avventura in atto.

Né sfugge il nesso sottile ma tenace tra la figura del “guaritore ferito” ovvero del terapeuta che può essere lenitivo solo nella misura della condivisone della ferita, e quella del maestro che può essere docente solo nella condivisione della fanciullezza dei suoi alunni.

Perché un vero maestro sa che di fronte a un bambino la pariteticità non può intendersi sul piano intellettuale, teorico e cognitivo, dove irrimediabilmente vi sono delle differenze di fase, di condizione, bensì dovrà incarnarsi nella tacita condivisione della stessa, complanare esperienza dell’esistenza, dove l’adulto e il bambino si ritrovano insieme nella tragicità e beltà della vita, e insieme affrontano, ciascuno con i propri mezzi ma immersi nella medesima serietà di fondo, il mistero e il paradigma d’ogni giorno.

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L’esortazione del maestro a vivere nella parola, cercando il proprio vero nome allora non può che avvenire nell’esempio. E la parola del maestro, la parola che si fa garante esemplare dell’insegnamento, proprio per la speciale duplicità biografica di Aglieco, non potrà essere infine che la parola poetica, nella sua eminente sapienza quanto nei suoi disordine e ardimento infantili.

Ed ecco che in piena e stupefacente coerenza l’insegnamento si contrae precisandosi in un obiettivo specifico: rendere l’infanzia, grazie a uno scarto teorico immediatamente

incarnato nel verbo, dove media e approdo educativo sarà la parola, il vero nome da pronunciare con le braccia incrociate sul petto.

Ma, tornando al destinatario del discorso, a chi l’infanzia va resa? Probabilmente a chi ne avrà diritto. Non al maestro o ai bambini che sono gli autori di questo vademecum collettivo, libretto di istruzioni per solcare il mattino, ma a loro stessi proiettati nel già futuro, quando non saranno che adulti come noi minati dal mutismo e dall’insensatezza.

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L’esortazione a dire il proprio nome apre infatti al bambino un orizzonte adeguato al salvataggio futuro della sua nobiltà, del suo coraggio, della sua curiosità e colma l’impasse che irretiva l’adulto al margine estremo del suo operato di maestro, aprendo in un libro così arrischiato e unico, diario di bordo a più mani o lirico alfabetiere per (re)sistere fino al suono della campanella, un terra comune che accoglie al farsi del testo, le parole stesse dei bimbi, il loro lemmario aurorale e vero, affinché possa essere salvato e nel tempo attinto.

Per questo il maestro Sebastiano Aglieco nel cuore della mattinata scolastica feriale, portato fino all’estremo limite di corrette applicazioni il proprio mestiere di docente, si fa poeta per i suoi innumerevoli figli, la sua prole di parola e nella parola, come del resto la tredicesima e conclusiva sonata della Kinderszenen, che dopo la galleria delle miniature infantili, la felicità, il sogno, il Babau, rivela nel titolo l’ospite segreto di quella mensa di ricord e prospezioni: Der Dichter spricht, Il poeta parla.

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Soltanto un’altra figura poteva porsi a questo modo innanzi al “petto dei bambini” impegnandoli con la poesia al futuro: il genitore. Come il padre struggente de La strada di Cormac Mccarthy che attraversa il pianeta disumanizzato dalla catastrofe e in pugno alla violenza, prima dell’inverno del terrore, verso la costa, il sud, l’oceano insieme al suo bambino e non per lui, affidandogli infine, su un piano paritetico, come passando il testimone, il compito di portare il fuoco.

Paolo Donini, il 7 giugno 2018, avendo trovato con sorpresa, nella cassetta della posta, il libro qui in parola.

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