Antonio Alleva: della compassione e della pietà

Antonio Alleva, ULTIME CORRISPONDENZE DAL VILLAGGIO, Il ponte del sale 2016

Per chi conosca la poesia di Antonio Alleva, direi subito una cosa: il villaggio a cui si fa riferimento nel titolo del libro, è il suo villaggio natale, culla ed esilio nello stesso tempo, della condizione del poeta.
Non è un’annotazione di poco conto perché la periferia, la marginalità, è condizione, nel caso di Alleva, di eccentricità e originalità.
Un’altra cosa: la sua lingua non è quella di una provincia culturale, ma, piuttosto, è attraversata da echi lontani, da contaminazioni e auscultazioni che portano letteralmente il lettore verso altre geografie, altre contemporaneità.
Date queste comunicazioni di servizio in forma di freddo preambolo, è importante dire che l’unicità della poesia di questo poeta consiste comunque nella capacità di stare dentro al tono della nostra dizione, al calore della lingua e del cuore, pur con un’apertura di sguardo esemplare.
Si potrebbero, a questo proposito, per darne un’idea, usare delle immagini piuttosto che delle constatazioni critiche.
Per esempio: la poesia di Antonio Alleva è un vestito elegante dei colori della terra, cangiante ad ogni mutamento delle stagioni; un canto popolare e antico impregnato della nenia delle madri, col sottofondo di una radio che diffonde proclami in inglese; un gatto sornione che osserva in uno stato di apparente distacco e di cui è possibile fare esperienza del doloroso graffio e dell’affettuosa carezza; un bambino tutto solo, seduto su un muretto che ricorda, e forse rimpiange, lo spettacolo circense a cui ha assistito il giorno prima; un adolescente che non è mai partito dal suo paese e ha una grande nostalgia del mare; una voce antica che appare nelle parole, ricacciata indietro dal rumore vorticante e minaccioso della modernità…
Si potrebbe continuare in questo modo, e accontentarsi di una critica per immagini – nessuno l’ha ancora inventata o praticata con assiduità – .
Ma torniamo alle concrete fattezze di questo libro, sicuramente uno dei più belli pubblicati recentemente; “il mio terzo libro”, dice Alleva in una dedica a Raymond André, un poeta della cui opera egli si è occupato curandone un’edizione, sempre per Il ponte del sale; “In cuor mio ho tifato ardentemente per i disguidi, le proroghe, i ritardi”…. Un po’ di scherno, quindi, che è sintomo di timidezza e riservatezza – si scrive quando è necessario e si pubblica per non scomparire nelle parole, lasciandole lievitare nel non senso del mondo – .
Subito il libro, incominciando, assume il tono di preghiera e invocazione rivolta alla musa scirocco, e cioè a un elemento del paesaggio, a un insufflare che certamente ricorda il veni, veni, spiritus
Il libro è dunque già dentro un’operazione cerimoniale, celebrata sui gradini delle scale rupestri, sui muri di campagna, tra le foglie degli alberi; da intendere persino come formula magica, rituale di sopravvivenza attraverso la lotta/meditazione, la percezione in sé della zona celata e oscura della nostra coscienza.
Il tono autocanzonatorio di Alleva, tuttavia, si gioca la carta del dire e disdire, di un salutare relativismo che ci trascina sempre indietro sulle strade dell’infanzia.
Così dice zio Antonio al nipote, apparendogli in sogno e parlandogli “nella nostra lingua”, il dialetto: «dove corri figlio mio fermati, / fermati non andare sempre scappando: / fermati siediti facciamoci un bicchiere, / un bicchiere di questo vino cotto / così buono da far resuscitare i morti»,
p. 17.
L’esilio, dice Alleva, è sempre e già qui, nelle stradine di un cimitero di campagna; le parole del poeta non sono magistrali; più saggia, piuttosto è la memoria di un bambino che “beve latte / piangendo al tavolo del mattino”.
L’immagine di un appuntito vivere, di un vivere senza tranquillanti, piuttosto che un allontanarsi dalle cose tappandosi le orecchie, è quella della croce, “costantemente infilzata come una dolorosa bandiera / (…) nell’assurdo incanto del vivere degli uomini”, p. 21; “conficcarsi per le unghie nel lenzuolo / col frastuono dei legionari sulla croce”, p. 20.
La parola di Alleva attraversa continuamente la frequentazione di un canto sornionamente fanciullesco; da una parola in absentia, svuotata di concetti di etica culturalmente posti, a una parola successivamente in sapientia, riprogettata seguendo le tracce di un accadere naturale, a tratti epifanico.
Leggete questo testo e, nel caso siate arrivati agli anni anta della vita, imparate a memoria gli ultimi versi:

ALTRI CONGEDI NEL MOTO PERPETUO, 2

c’è un’immagine che ormai ogni notte
mi sveglia mentre dormo
vi domina un filo di luce che filtra nel buio
che filtra dal chiuso d’un’ennesima porta

e nell’incredibile coro notturno dei respiri nel muto
sembra bisbigliarmi di rimanere calmo

«rimaniamocene così – sembra dirmi –
io qui e tu lì»

così, ché non è più il tempo
né della curiosità né dell’incanto né degli spaventi

rimaniamocene così, come due anonimi monumenti viventi.

p. 26

Le presenze, una volta ogni tanto, ci insegnano qualcosa. Ci invitano a non mettere le mani in pasta nel lievito delle cose, a guardare a distanza, a non superare e a non uccidere niente, tanto ogni cosa rimane e risorge comunque. In fondo, “comunque sia / (…) tra agorà e mercanzia/ tra il soma e l’infinito”… p. 27. Si sta accanto al morire, come nel bellissimo testo – ma non è l’unico – che Alleva dedica alla morte di un micio; come se si trattasse della scomparsa di una parte di noi, di un piccolo buco di dolore nel grande punto interrogativo della vita:

se ne sta andando
tenero e silenzioso come è sempre stato.
Prego i rintocchi serali del villaggio
di farsi anche loro bisbiglio,
qui c’è una tana schiarita solo dalle luci di Natale
accese un mese prima.

Gli ho poggiato una piccola borsa d’acqua calda
tra i reni e il plaid che sa di Scozia e Portogallo

«dài su, fammi un po’ di posto,
vengo anch’io lascia che mi acciambelli anch’io»

andiamo via insieme nel soffio di questo Agnus Dei
via insieme da questi battiti dolenti
dal pandemonio di graffi su tutti questi specchi.

p. 28

Per chi ha letto il precedente libro di Antonio Alleva, “La tana e il microfono”, sa che queste presenze si fanno intuire dai leggeri movimenti naturali – non le catastrofi, gli eventi improvvisi – ma l’accadere quotidiano dell’anima, il soffrire dell’essere, quasi una sorta di orfismo abbassato di tono, naturalizzato, sintonizzato, persino ingenuo, che nel bellissimo testo dedicato a “L’diot de mon village”, trasforma il canto araldico di Orfeo in una musica di banda in cui risuona più di tutti, l’ottone dei flicorni, mentre persino il sole e l’azzurro sembrano accorsi e intorno mandorli e mimose sono prematuramente fioriti.
Una banda di bambini, non a caso che, messi insieme, non arrivano a cent’anni; un particolare che completa il quadro di un malinconico idillio, di una ninna nanna invocata per tutte le creature e per noi stessi:

Il copribara non poteva che essere di gerbere gialle e fucsia,
tic di questa terra per la carnalità e la tarantella.

Persino il sole e l’azzurro sembrano accorsi
e questa prematura fioritura di mimose e mandorli,
e senti come suona questa bella banda
che se li metti insieme non arrivano a cent’anni,
e come ci strugge questa bella marcia
che non a caso fu firmata dal piumatissimo Chopin

dio chiudi almeno gli occhi giungi i palmi
mentre il villaggio si specchia e riverbera nell’ottone dei flicorni.

p. 29

«portaci un po’ di pace cantaci le orme,
sussurraci fosse solo l’incipit
di quella nuovissima ninna nanna»

proteggere il mondo dal me che invoca ardentemente la guerra

e comunque sia soffiare,

soffiare soffiare soffiare.

p. 31

A volte questi testi sembrano incastonarsi uno dentro l’altro in sfaccettature di senso e di colore. I versi di preghiera, appena citati, aprono lo spazio al successivo, a una misteriosa scena di violenza.

bussai alla porta col sangue ancora fresco sulle nocche
Pietro esclamò sei sconvolto ragazzo mio.
Gli risposi se c’è un tempo anche per l’ospite inatteso
se c’è una porta, se era quella e
se era la porta giusta anche per me.

Uscivo allora dal lampo furibondo, dal morso alle spalle,
uscivo dal temutissimo sibilo dal violento colpo di coda,

e pensare che mi sarebbe bastato ancora un istante
un respiro di tempo,
io volevo provare a baciarla davvero la terra
a penetrarla davvero con lo sguardo della mano profonda
a incantarmi a inchinarmi come sanno fare solo i fili d’erba
ad addestrarmi davvero

all’ascolto radicale del canto degli angeli,

e pensare che mi sarebbe bastato ancora un istante
un respiro di tempo,
quando mi tornarono alle spalle che ero in ginocchio

ad annusare l’aroma tra la salvia negli orti.

p. 32

Potrebbe trattarsi di una scena dell’infanzia, un ragazzino che si fa male, che compie o incappa in qualcosa fuori misura e che torna a casa spaventato.
Ma la particolarità del testo è che questa violenza non viene chiarita, come se fosse accaduta in un tempo di iniziazione per un improvviso assalto del male, il dio nero che si nasconde e che a volte si presenta in forma di bestia e di urlo e improvvisamente ci ricorda che abitiamo e siamo abitati in/ da una terra che non è solo nostra.
“guarda che spettacolo i ciclamini / la vite canadese // guarda questo trapano che gira piano piano ed entra dolce dolce / che ti penetra da parte a parte, e ti dice: // guarda / dentro a questo buco / guarda quant’è grande guarda quant’è vuoto”, p. 38, dice Antonio Alleva al suo amico Sabatino, in una lunga sezione scritta tra l’italiano e il dialetto; e poi ancora: “e meno male che dentro al miracolo di questo silenzio / rimbomba forte il senso di colpa la penitenza // la punizione per Dio // per ciò che fece agli uomini e a suo figlio”, p. 41.
Insomma, Alleva non evade nell’idillio, malgrado la descrizione di una natura apparentemente idilliaca. Si augura “che nella prossima vita si possa essere davvero solo la gioia // la mano che dona, //o solo serene pupilla, acuita visione”, p. 44.
Sguardo acceso, illuminato dalle piccole e grandi vampate dell’esperienza, dentro e fuori la superficie delle cose, in viaggio tra l’io e il noi, in un tempo e in un luogo che conosciamo; eppure continuamente attraversati dalla presenza dell’ “infinitamente piccolo”, “Vale a dire che è dentro quel filo d’erba, dentro l’aria che lo dondola”; da quella cosa che si chiama “forza debole”, “vale a dire quella molecola così piccola ma così piccola / che da sola non serve a nulla // ma senza di lei non reggerebbe proprio niente”, p. 46.
Antonio Alleva ci parla di un tempo allungato che sembra voler riassumere tutte le esperienze a partire dalla prima età, e forse anche da prima, e per un dopo.
Leggiamo di una memoria che recupera gli oggetti dell’infanzia, l’infanzia stessa, simboleggiata dal corpo di un Gesù appena nato per il quale Antonio Alleva rivolge parole che vorrebbero negare il suo martirio futuro, restituendoci il valore sacrale dell’innocenza; di una innocente età della vita.

BAMBINO MIO

chissà se avevi gli stessi occhi neri di Emanuele mio
e chissà se i capelli, chissà
e se poi fossero vere le narici del bue e l’asinello
i soffi
su te e sulla paglia
sul profumo che ha la paglia quand’è intrisa del vivere
del vivere.

ma è certo che fu nell’attimo in cui fissasti la stella
nell’attimo in cui ancora noi percepiamo ovattato sulla tera
il canto di ogni vigilia
l’imminente trotto dei cammelli,
fu lì che ancora qui ci si frattura la luce tra le pupille:

no, non ne valeva la pena, bambino mio.
Troppa la fatica, troppo
per la semplice rincorsa di amore e paradiso
e quanto dolore per il semplice zuccherino
di lampi di sorrisi,
e quanta inezia tutto questo gran teatro
ma tutto compresso nel golfo mistico di un solo pianeta:

se potessi rincorrerei quella notte, bambino mio
famelico ti tirerei via ti cullerei in braccio
e nell’incavo tra il collo e la guancia
senza mai smettere la carezza
la fusione del palmo,
ti sussurrerei come sto sussurrando adesso, a Emanuele mio,
che io e te non abbiamo nient’altro da aggiungere
nient’altro

eccetto la perpetua ninna nanna di Janine tra le palme.

p. 57

E infine, ma non per finire, la poesia, dice Antonio, ha il compito di mettere in fila parole senza letteratura, finta vita, finta poesia. Questo chiede a se stesso ogni poeta degno di questo nome, quando scrive: come essere, chi essere; le parole vengono sempre dopo.

Sebastiano Aglieco

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