A proposito di una messinscena

A proposito di una messinscena: Don Carlos all’Opera Bastille di Parigi

E’ difficile capire veramente quale incredibile sconvolgimento culturale ed artistico abbia rappresentato l’invenzione dell’opera lirica. Perché non si trattò solamente della creazione di un nuovo genere musicale ma del tentativo di dare una rappresentazione della società umana laddove la parola o la sola musica, o il solo pensiero, non sono in grado di arrivare con la stessa profondità.
Il cosiddetto recitar cantando, che fiumi di pagine fece scrivere lungo tutto l’arco del seicento, non rappresenta una questione meramente tecnica ma il fulcro dei meccanismi drammaturgici e la vera questione filosofica che sottintende tutta l’operazione del teatro d’opera.
E’ chiaro che oggi l’opera, malgrado se ne scrivano ancora, non ha più niente a che fare col suo periodo di massimo fulgore perché è cambiata la società e perché generi musicali di altra portata l’hanno soppiantata. Però si continua ad ascoltare, si continua a discutere, a polemizzare, a dire cazzate intorno alle messe in scene e alle esecuzioni musicali, sintomo, certo, di grande vitalità ma anche, a volte, di grande avvilimento, come dimostrano i commenti, spesso scandalosamente ingiuriosi e superficiali che si possono leggere su youtube.
Oggi l’opera lirica è la sua rappresentazione, la sua declinazione nelle contraddizioni del nostro tempo – spesso una rappresentazione registica, bella o brutta non importa, finisce per essere la cartina di tornasole di un’epoca, delle sue urgenze, dei suoi drammi, delle sue contraddizioni, delle sue mode persino, cosa che i cosiddetti cultori della tradizione e del bel canto tout court non riescono a comprendere -.
Queste poche parole per dire dell’urgenza che ho sentito dopo l’ascolto di questa strepitosa versione del Don Carlos di Giuseppe Verdi, rappresentazione moderna, come è giusto che sia e come se ne vedono tante, ma del genere, quantomeno, “intelligente”, che non si accavalla alle intenzioni del musicista, non fa del bieco narcisismo, non contamina più di tanto, non provoca per desiderio di pura provocazione. Anzi, con le sue linee pulite e algide, i colori e le forme delle case dei ricchi, la regia riesce a caricare la musica di Verdi della sua sconvolgente carica drammatica. Sconvolgente, già, non trovo altre parole per dirlo.
Si veda il livello della recitazione dei cantanti per apprezzare quale abisso separi il teatro d’opera prima di Visconti e il nostro dei nostri giorni. Recitazione di un naturalismo allucinato e tragico, capace di fare piazza pulita di un mero espressionismo visivo o di un dilettantismo registico come ancora se ne vede tanto in giro.
Grazie, grazie, grazie signor Stanislavsky. Non a caso questa è una recitazione di tipo cinematografico, che potrebbe reggere benissimo gli esiti del grande schermo, totalmente integrata con la gestualità e con gli sfondi dei palazzi, naturalissimi, da alta borghesia, che vediamo in scena.
Musica sconvolgente, dicevo. Più passa il tempo più mi sembra la musica di Giuseppe Verdi, abissale e tragica, di un tragico che affonda le sue origini nella psicologia stessa dell’animo umano, nella sua capacità di infliggersi il male. E forse questa musica non sarebbe esistita, almeno in questa forma, senza la funzione di un modo che abbiamo inventato noi, tutto italiano, tutto mediterraneo: il cosiddetto bel canto, arma delle declinazioni drammaturgiche dell’opera, altro che bel canto! Sicuramente Verdi è il compositore più simile a Wagner, nel senso che ambedue aspiravano a una totale complessità, cioè a una visione complessiva del mondo attraverso la musica. La musica non è mai solo musica.
Bellezza, profondità, conoscenza, sconvolgimento emotivo. Ciò che le parole non possono dire lo dice la musica, il nostro canto interiore. L’opera esprime ciò che non riusciamo e possiamo dire pubblicamente, perché le convenzioni sociali non ce lo permettono, e forse è stata questa possibilità di rispecchiamento la causa scatenante del suo immenso successo.

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