Gianni Iasimone: poi un giorno sei tornata come una farfalla

Gianni Iasimone, La quintessenza, Arcipelago Itaca 2018

Spulciando su internet a cercare il nome di Gianni Iasimone, come spesso faccio quando leggo il libro di un autore che non conosco, vedo, nel suo profilo facebook, un disegno in bianco e nero che assomiglia a una farfalla…ma anche a due visi che si guardano.
E’ la madre evocata in questo libro, per la cui dipartita Iasimone sceglie, appunto, la forma di una farfalla:

Tutto finì quel giorno
o ebbe inizio quando
il nostro urlo primigenio
incrociò il volo di una farfalla
mentre tu chiedevi aiuto

p. 17

Ma anche di altri uccelli, nell’ultima sezione del libro, in forma più rasserenata: rondine, balestruccio…

è vero – sempre
batte dentro di me
il cuore di una rondine

p. 99

Tutte cose “leggere e vaganti”, in contrapposizione al peso del rapace, il poeta/figlio che ha l’ingrato compito di ergere un monumento alla madre, operazione tra le più faticose e rischiose per chi scriva poesia; ma anche occasione di maturazione e di riassunto consapevole dei propri risultati.
Come se la cava Gianni Iasimone?
A differenza del tema – compatto, così come deve essere – lo svolgimento stilistico è quantomai variegato, malgrado possa sfuggire a una prima lettura. Per esempio: testi brevi si alternano a lunghi componimenti. Nei primi, in genere il controllo retorico è praticato con sicurezza mentre i secondi, nella loro freschezza disincantata, sembrano riferirsi a modelli di poesia narrativa – dai crepuscolari fino a Bertolucci – .
Questo avviene se si considera lo sfondo di questa poesia, e cioè il contesto di una civiltà di periferia ancora legata ai valori della campagna, ai suoi riti, ai suoi miti. A questa madre contadina, che a volte assume la forma di una grande madre, si devono parole semplici e sincere, non edulcorate…persino ingenue quando occorra; parole, e la cosa è praticamente inevitabile per chi conosca ancora il proprio dialetto, scritte nella lingua madre della propria infanzia – tutta la sezione “Terra, lengua madre”, scritta, annota l’autore, in un napoletano antico, periferico, dal suono suggestivo e antropologicamente interessante – .
E’ questa la sezione più commovente, in cui i versi si lasciano andare a un naturalismo semplice, che non deve niente alla poesia e alla letteratura – che è poi il modo migliore per fare della poesia e della letteratura – .
Che cosa diventa l’esperienza della perdita dopo gli anni dell’elaborazione del lutto, del ritorno alle necessarie incombenze della vita? Si leggano, come risposta, le brevissime poesie haiku dell’ultima sezione: ogni cosa ci abbandona e poi ritorna, lasciandoci un desiderio di riconciliazione, ma in un mondo presumibilmente migliore del nostro.
Ci sarebbero ancora molte cose da dire, conclude Iasimone, ma è breve anche il tempo delle parole.

Ah quante cose
potrei ancora dire
indicibili.

p. 106

Indicibile è dunque la poesia? Pur nello sforzo di chiarezza del senso, diciamo cose indicibili?
Sì.
Portiamo alla luce l’indicibile e lo riconsegniamo al mistero della terra prima della sua prossima risalita. Ma solo per chiamata, per necessità.

Sebastiano Aglieco

*

Ritardo

Di corsa fra campi di stoppie
e erbe rassegnate ad affrontare
un nuovo giorno di fuoco
ho perso l’attimo prima
della tua morte.
Della mia
irrimediabile
notte.

p. 26

*

Richiamo

C’è anche il gatto stasera.
E’ tornato, dopo mesi e mesi di assenza,
di copule e lotte all’ultimo sangue.
Il tuo Nerone, più nero della notte,
sempre fiero e mezzo spelacchiato.
Solo i suoi occhi rossi come lanterne
brillano e aprono un cielo crudele
senza una ferita che sia luna,
una macchia remota, una stella.
Sulla colonna del cancello
come sempre è appollaiato
e inutilmente aspetta
che tu lo chiami.

p. 28

*

Se c’è un cielo

Madre, al cielo sei ascesa,
fredde le tue mani calde,
in volto un’ombra di viola.

O sei tornata alla tua terra,
che in te si è raggrumata,
che ci hai lasciato in segno di gioia?

Ma non basta l’abbondanza. Basterà un pezzo
del tuo pane ancora fresco, una presa di sale,
un profumo di olio crudo, un calice di vino rosso?

Amaro pasto frugale.

E attorno un cesto di ciliegie – forse
in attesa – restiamo vicino al pozzo.
Ancora un po’ insieme nella tua casa,

e tu, stella cadente, tutta sola.

p. 31

*

Insieme

e molto c’è ancora da fare
fosse solo un altro giorno
ora e per sempre insieme

e tirarsi su le maniche
fosse solo per salvare un tuo sogno
come quella farfalla caduta nel pozzo

p. 57

*

Volti

la differenza
non è solo nel tempo
che trasfigura
i volti

sulla carta il giallo
restituisce il tuo
col filo della memoria
dentro l’orlo

p. 61

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