Giulio Maffii: Allora e non prima …

Giulio Maffii, Angina d’amour, Arcipelago Itaca 2018

I libri permettono riflessioni al di là dei libri. Le parole si diramano, vanno oltre, permettendoci spesso di capire cose rimaste in sospeso per anni; confutarle o rinsaldarle.
Per cose intendo idee, concetti, ma anche immagini e ipotesi di lavoro, soprattutto manifestazioni della vita, e nella vita, dell’estraneo che è in noi e che abita le cose.
A proposito di cose: questo libro di Giulio Maffii, doloroso e a tratti graffiante e disperato, mi permette di avvalorare ancora una volta una riflessione sul cosiddetto minimalismo. E’ presente in questi testi l’idea assai chiara che le cose riempiano lo spazio laddove la nostra presenza si ritiri, fino all’assenza. Le cose, che prima avevano un senso perché compagne delle nostre strategie di sopravvivenza, ora invadono lo spazio, ci suggeriscono l’idea di una nuova dimensione, di un colloquio che prima non avvertivamo.
Le cose, “nel prima”, erano schiave di noi, ancelle, compagne con un nome, presenze mai mute perché continuamente reiterate; sguardi senza parole dietro ai vetri, pronte a fare un passo indietro per vecchiaia, per consunzione, per sacrificio. Pronte ad essere abbandonate, regalate ad altre mani, ad altri sguardi. Oppure semplicemente archiviate.
Nel “dopo”, queste cose invadono lo spazio, diventano esse stesse, spazio reinventato che chiede un nuovo nome, una nuova occasione di sopravvivenza. Le cose, ora, sopravvivono a noi stessi, sono, esse stesse, abitatrici solitarie di una dimensione che ha poco a che fare con l’umano.

Gli oggetti dimenticati dal mondo
sono quelli lasciati in una stanza
nell’ultimo ripiano
con lo studio meticoloso di forme e colori
la scatola dei gessi
lo xilofono stonato
il portasantini della zia
-morta come tutti i santi del resto-
Questi oggetti hanno un punto di partenza
poi si disperdono
collocati in altri luoghi e memorie
nell’insistenza di una vita sciolta
dentro una bottiglia e un portagioie
nella mensola accanto

pag. 99

E’ chiaro che questi “prima” e “dopo” riguardano una mancanza e il doloroso sentimento dell’assenza che ne consegue. Gli oggetti, allora, non hanno più ragione di esistere, perdono la loro funzione di protesi, si fanno essenze metafisiche, pure idee, almeno che non vengano collocati “in altri luoghi e memorie”.

Si leggano, nella prima sezione del libro, alcuni passaggi:

Tu manchi agli oggetti e alle pareti
alla teiera e alla polvere di marzo
Tutte le cose non hanno più nome
soltanto un paio di ciabatte vuote
sembra sollevato dal peso
di un passo che tace….

pag. 25

E si veda come gli oggetti, perduta la loro funzione, il loro aspetto naturalistico, ci suggeriscano il surreale che abita sotto lo strato sottile della pelle; come a dire: tolta la maschera, la realtà ci mostra qualcosa che il raziocinio della forma non può comprendere:

Dovrei (….)
tirare il fiato comprare dei sassi
dare l’acqua ai fiori di plastica
rabberciare un bacio scivolato dalla bocca
Recuperare abbracci e contumelie
ed una sera dove non ti ho sorriso
e devo sistemare ancora alcune cose
prima che qualcuno mi regali un orologio

pag. 27

Dare acqua ai fiori di plastica…l’azione indica chiaramente la decostruzione di senso di un’azione quotidiana, possibile solo per logica, per statuto sociale, indirizzando il gesto verso i territori della follia e dell’arte. Verso il gioco, al limite, la scoperta della funzione conoscitiva e comunitaria nei giochi di simulazione che praticano i bambini.
Ogni scomparsa rimette in gioco la possibilità di una rinascita, di un movimento violento, nell’apparente staticità delle cose.

Abbiamo la capacità
possiamo dimenticare
la mancanza l’evidenza
che attraversa noi e gli altri
Questa vita alleggerita
da ogni senso
-Non ci vedremo più
ma ci parleremo-
La ferita è frantumata
all’ora della cena
Qualcuno chiede
-stai bene?-
Allora e non prima ci rimbomba l’occhio

pag. 91

Col rischio, certo, che questo improvviso turbinio trascini noi stessi verso i dirupi del non senso, ed è in questo preciso momento, allora, che occorre rinominare gli oggetti, ridare i nomi, permettere al mondo di rigenerare le sue manifestazioni, per legge naturale, alla quale non possiamo sottrarci:

La tua assenza è diventata una presenza
tutti i giorni un passo
nel lavoro della memoria
per liberarci dalla malattia
dei nomi che non si dimenticano
Le bocche sono l’ambiente perfetto
per una solitudine
dove custodire gli anni
le caramelle d’anice
le braccia perdute

pag. 89

La bocca si fa il luogo del compito, della parola pronunciata. La bocca ripronuncia, dice, scrive. Gli oggetti vogliono un nuovo nome o chiedono il sacrificio della dimenticanza. Ogni libro di poesia, dunque, che tratti il tema della perdita e della scomparsa, si fa manuale d’istruzione per reimparare a vivere, per sé e per gli altri.
Questo risultato sembra infine essere raggiunto attraverso la pratica di un esercizio lungo, di una costante archiviazione:

Cosa fare degli oggetti
se non lunghe elencazioni
-gli oggetti commemorano e parlano
con la voce di chi non c’è-
Ci salutano e scambiano
un respiro reciproco

pag. 84

Si veda, qui, come l’azione del commemorare corrisponda a un gesto cerimoniale, nello sfondo di una riconciliazione col sentimento dell’assenza; tutta un’intera sezione del libro è dedicata al “fallimento del lutto”, alla difficoltà del lavoro personale, del passaggio verso una luce nuova, più morbida, all’occaso.

Ancora le rose, nell’ultimo testo. Questa volta non sono le rose di plastica da annaffiare, ma “le tue rose”, quelle vere. Si torna, in qualche modo, doloranti, alle cose rimaste con un nome, “le tue rose”, si ritorna a varcare, ancora una volta, la porta della nuda, necessaria realtà della casa.

Ho aspettato la tua telefonata
a lungo sull’argilla da essiccare
da stagione a stagione
Bruciandomi la pelle
screpolando le frasi scritte
invecchiate tra la cantina
e labbra e foglie tentennanti
Ho aspettato a lungo
contando mattonelle e formiche
strappandomi ortiche
dalle mani inoperose
Ho sentito un giorno
squillare e squillare
Non ho risposto
ho abbassato la testa
Sono rimasto ad innaffiare
le tue rose

pag. 102

Sebastiano Aglieco

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