Manuel Cohen: Elenchi

La recensione è apparsa sul n. 109 del semestrale IL SEGNALE

Manuel Cohen, TUTTE LE VOCI, Arcipelago Itaca 2016

 C’è una chiesa, nella città di Dresda, in Germania, la Dreikönigskirche, sopravvissuta al grande bombardamento del 1945, nel corso del quale la città fu praticamente rasa al suolo.

Entrando in questa chiesa, ormai tutta bianca, a parte l’altare barocco ripristinato, i pannelli esplicativi raccontano che l’edificio arse con tutte le persone che vi avevano trovato rifugio, polverizzandole letteralmente.

L’impressione che se ne riceve, visitandola, è quella  di un coro di voci che ancora la abitano, una presenza collettiva che ti circonda e ti segue.

C’è qualcosa di funereo nelle voci evocate in questo  poemetto di Manuel Cohen. Si tratta di presenze, di evocazioni e di indici. L’elencazione messa in atto, conduce queste presenze verbali dentro le voragini della Storia, le evoca e le precipita.

La poesia assume, qui, la funzione cerimoniale di un riportare alla vita, di una invocazione all’apparire, prima dell’archiviazione.

In effetti il poemetto non racconta. E’ testo/gesto, il cui senso è nell’intenzione in sé, nella decisione di dare un nome alle persone, ai fatti. Il racconto è, piuttosto, titolo breve, sinossi di vicende più grandi di noi, di uno slittamento verso l’oblio.

Sottintende, Cohen, il peso gravoso e necessario del ricordare, fosse semplicemente nel creare lapidi, archivi, dizionari: “non c’è giustizia / nella storia / c’è, sì, astuzia / nella memoria”,(Winterreise, 2012). Perché, come egli stesso ci ricorda, “c’è sempre una storia minore / destinata ai fondi ai fondali / alle muffe di archivi catastali / ai silenzi abissali di chi muore”, (L’orlo, 2014).

Così, quando, infine, elenca anche i nomi dei poeti, egli sceglie quelli che gli sembrano accomunati da una stessa idea di memoria, di storia difficile, di persistenza, malgrado tutto. Poeti che vogliono dire dell’essere, piuttosto che della sua estinzione.

Sebastiano Aglieco

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