Marco Ercolani, Lucetta Frisa, Il suono della montagna

Marco Ercolani, Lucetta Frisa, DIARIO DOPPIO, Biblioteca del Vascello, Robin Edizioni 2017

postfazione di Massimo Morasso

La letteratura è una forma della seduzione. Lo è, in modo più rilevante, anche la musica ma, mentre questa mette in gioco il “suadente” del sensoriale in tutte le sue manifestazioni più irrazionali – non esiste, nell’ascolto musicale, un rapporto diretto con i luoghi, col tempo, ma solo la nostalgia di un tempo/luogo che affiora improvvisamente – la letteratura coinvolge la memoria dei fatti, il desiderato e perduto nella casa del tempo.

E’ ciò che intuisco leggendo questo doppio diario di Marco Ercolani e Lucetta Frisa: un vecchio scrittore sogna il corpo di una giovane donna che non può possedere ma solo desiderare. Raggiunge le Alpi e nel corso del viaggio s’imbatte nello scritto di una donna ora in coma, che è precipitata da una scarpata, seguendo le tracce di un famoso romanzo di Kavabata, “Il suono della montagna”.

Leggendo le pagine del manoscritto, il vecchio scrittore si riconosce. Il declino del corpo dello scrittore che racconta, è, insomma, il declino del corpo della letteratura.

Mentre l’eros che la donna sognata attiva è espressione di un desiderio di irraggiungibile totalità, la donna autrice del secondo diario, è il corpo/vittima della letteratura come inganno o come declino.

Corpo della letteratura e corpo reale si cercano e si seducono mettendo in discussione una delle affermazioni presenti nel libro e cioè che il corpo dello scrittore sia la sua stessa scrittura. Quando il corpo reale comincia a sgretolarsi, si sgretola anche il corpo della scrittura; nel senso che la scrittura finisce per desiderare altro, altro da sé e dalle sue stesse parole. La letteratura, allora, per sopravvivere, deve cercare un altro corpo, che è quello del suo lettore, ingabbiato e forse sacrificato dalle tracce della seduzione letteraria. Il diario della donna in coma rappresenta la vivificazione della letteratura morta, il necessario compito di accompagnare le parole nella vita, in un senso che sia nostro, solo nostro.

E’ facile intuire come questo “richiamo” ci rimandi ancora una volta alla musica, al suo puro, l’altra forma di seduzione di cui parlavo all’inizio. Il libro, sembra domandarsi, se tra le righe di un testo letterario non agisca, al di là del tempo e dello spazio, una voce che vada oltre il razionale culturale, di cui non sappiamo niente e che ci trascina verso i sentieri dell’origine: – Molti dei romanzi che ho scritto sono un soliloquio vago, una chiacchiera vana, intessuta di immagini casuali. Sono soltanto “immagini di cristallo”. Avrei dovuto gridare il mio dolore e non esorcizzarlo scrivendo storie subdole e malinconiche, gridare come quando soffia lo raijinn e la sua voce non si distingue da quella dell’urlo umano. Solo qualcosa di inarticolato e di selvaggio è necessario. Il resto è ipocrisia narrativa, debole illusione – p. 22.

Precipita, dunque, il corpo della donna nella scarpata, così come precipitano per seduzione, Wally e il suo amante tra i freddi sentieri montuosi sferzati dalla bufera. E’ forse una voce di morte che si presenta dopo la fine della letteratura – almeno della letteratura come forma, trama, ossequio alle leggi della comunicazione -.

La donna ha scritto il suo diario alternando prosa e poesia; cioè forma del tempo e forma di un tempo “altro”, ritmato secondo leggi diverse: – Si cantava imitando il vento / e il verso degli uccelli. Anche lo scrittore ha riflettuto sulla natura della poesia, corteggiando il desiderio di un ordine, di una comprensione più profonda: – “Labbra che non sembrano più labbra / ma flauti per la voce”. Questi versi di un’antica poesia zen parlano della musica della voce” -, p. 15. – Andare a capo, dicono i poeti. Ma solo Basho sapeva come -, p. 16. E persino considerando la necessità del gelo come meccanismo di blocco anestetico emozionale: – Il gelo mi è familiare come uno sguardo intimo – , p. 16.

La poesia ha forse il compito di colmare il senso laddove gli uomini lo ingabbiano nelle loro leggi, forse per paura di quel richiamo. Perché, fuori dalle leggi degli uomini c’è solo un’eco che ci desidera, che ci pretende; e questo avviene quando “il tempo del gioco è finito”.

*

 

SEGNALO l’uscita del semestrale LA FOCE E LA SORGENTE, a cura di Marco Ercolani, Lucetta Frisa, Antonio Devicienti.

Scaricabile QUI

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