Isacco Turina: Ho qualcosa da dire questa sera

Isacco Turina, I DESTINI MINORI, Il ponte del sale 2017

 

Nel titolo dell’opera prima di Isacco Turina leggiamo una perentorietà, una sottolineatura, come a caratteri cubitali, di un proposito di parola alta: riscattare, dichiarare.
Ci troviamo invece, se si esclude un tono più vibrante del testo intitolato “Patria”, all’assunzione di un dettato minore, a favore degli esseri “minori” nella cui cerchia Turina sembra iscrivere il suo stesso nome.
Sono destini che non proclamano un “noi”, raramente accomunati da una stessa condizione sociale. Si tratta, invece, di una solitudine al singolare, quasi scollata dallo sfondo destinale da cui proviene.
Mi sembra importante dire che a se stesso, al suo compito di uomo e di poeta, Turina riserva le dure parole dell’evangelista Matteo: “di ogni parola inutile che avranno detto, gli uomini renderanno conto nel giorno del giudizio: per le tue parole infatti sarai riconosciuto giusto, e per le tue parole colpevole”, (Matteo 12, 36-37).
La scrittura di Turina segue un percorso mentale sghembo, non infervorata da pietas ma, piuttosto, dal proposito di un drammatico slittamento verso la tragedia. Questo perché, scrive Turina, l’ “Io è stato sbucciato / dalla polpa del mondo. Io / è morto con la lirica di un tempo “, p. 72.
Poesia antilirica, dunque, nel senso che non ci sarebbe più nulla da cantare, sopraffatti come siamo dalla grande tragedia di un mondo esploso.
Gran parte del libro sembra pendere verso la presenza di un femminino sospeso tra erotismo e maternità, un desiderio di acquiescenza e di redenzione. Una donna, concretissima, quasi sempre ritratta in scene intime che lo sguardo del poeta coglie con durezza o delicatezza, appare qua e là come un’iconica splendente fra le storie degli altri “minori”.
È ossessiva la presenza della donna incinta, posseduta e desiderata, presagio e desiderio angoscioso di un nuovo inizio, di una purificazione.

Mi chiedi un figlio. Ovvero: come un dono
di carta colmo d’acqua, l’animale
che non posa sui rami e non sprofonda,
lama che divide le spighe
dai gambi e il portatore sottopelle
di radici che ignora. La creatura
che stancherà i tuoi muscoli
fino a conoscerne ciascuno
e a tramandarti viva, ma staccato
il tuo viso da te come un affresco
mentre tu diventi muro. Mi chiedi
un figlio, dici, perché questo imbuto
che sentiamo d’essere, soffocato
di sabbia bagnata e muto benché
nutrito di tutte le parole
e d’altro ancora, restituisca infine
un granello alla terra, a tutti i libri
almeno una sillaba.

p. 11

E’ anche una donna pallida e anoressica, che ci riporta perentoriamente alla memoria certi ritratti emaciati e doloranti di donne di varie epoche e culture; la congiunzione dei corpi e l’idea sotterrata di una fine.
Sono corpi, questi di Turina che a volte ci appaiono in primo piano consentendoci di sapere chi sono e da dove vengono. Altre volte non hanno nome, potrebbero essere lo stesso poeta e diventare l’altro, possederlo nel breve tragitto del canto prima di liberarlo alla sua solitudine.

Sono lontano e non voglio sapere
dove ti hanno trovato. Ora diranno:
“L’immigrata era incinta” e che tuo figlio
non sapeva da che parte guardare.
“Eppure la sua foto ad ogni squillo
brillava nello schermo del telefono”.
Ma se prima, con la mano, hai saggiato
come ogni musicista la tua corda
perché ti preoccupava la magrezza
carnale, ormai a chi schiva le lacrime
per chiedere, rispondi: di quale
consistenza ci hai trovati per scegliere
infine di appoggiarti solo all’aria?

p. 48

*

Ricordo la ragazza che a lezione
– anoressica, in larghi pantaloni
che esponevano gialle le caviglie –
scendeva con rumore gli scalini
di legno e si piegava sulla cattedra
a copiare le carte del docente,
distaccata e mai presa dal sorriso
come un ramo abitato da un’idea.
Scesa da un crocifisso in mezzo a noi
ancora incerta tra la carne e il verbo.

p. 49

Spesso è lo stesso poeta a parlarci del suo destino minore, a raccontarci della sua infanzia e adolescenza, sempre con un tono di sommessa pena, di consapevolezza di un male che non può essere sradicato.

Mi chiedi cosa vedo.
Sequenze di macerie e di vetrine.
E un dio che lascia esistere.

p. 75

Eppure Turina ci dice anche che, nella grande consapevolezza dello sfacelo, la poesia può mostrarci la possibilità dell’epos; certo, un epos che non ha nulla di sontuoso ed eroico ma il tono polemicamente basso della denuncia, dello sguardo cieco incapace di predire un destino ma di affiancare, con le parole, la verità, la vile verità della Storia.
Lo fa in un testo intitolato “Patria”, parola ormai impronunciabile, che ci riporta alla patria oppressa cantata dal coro in Macbeth, qui diventata “patria sommersa”, dove la “lingua d’Europa / si disseta nel sale”, p. 63.
Probabilmente questo testo può chiarire il senso della scrittura di Turina, dicendoci che la sua compressione/concentrazione stilistica è la risultante di un grumo, di una perdita collettiva.

Paese, terra sbiadita, come un colle
dopo la mietitura
piangi l’eclissi dei tuoi girasoli.

pag 64.

A leggere, poi, l’ultima sezione del libro, scritta nel dialetto materno, chiarisce lo stesso Turina, assistiamo allo stupore di una lingua che ha riacquistato tutti i suoi nessi logici e sintattici; persino una gioia, un ritmo, una cadenza, un tono di favola qua e là. A dirci che quando perdiamo qualcosa, è la nostra lingua che si perde diventando “altro”, specchio delle inquietudini del nuovo paese che ora, nel bene o nel male, abbiamo il compito di abitare.

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