Alessandro Bellasio: Ora il nulla che sei

Alessandro Bellasio, NEL TEMPO E NELL’URTO, LietoColle 2017

Ai tempi di “Radici delle isole”, un mio libro di critica apparso per le edizioni della Vita Felice nel 2009, avrei certamente collocato l’opera prima di Alessandro Bellasio nella sezione intitolata “Stato ontologico”. Lì ospitavo i libri di autori nei quali probabilmente Bellasio si riconoscerebbe: Albino Crovetto, Andrea Leone, Vladimiro Cislaghi, Corrado Benigni, Mauro Germani…
Introducevo questi libri raccontando “Il sorriso eterno”, uno straordinario racconto di Par Lagerkvist, in cui una moltitudine di umani si mette alla ricerca dell’Eterno. Dio è un falegname, perennemente curvo nel suo incessante lavoro di creazione, talmente impegnato che tutta quella folla, quell’inutile domanda sul perché di tutte le cose, quasi lo irritano. Egli non ha risposte e infatti non chiarisce il senso della vita e della non vita.
Sembra che la poesia costruita nell’ombra di quest’assenza non possa conoscere l’assoluzione perché la parola come musa, medicamento, è impossibile.
La risposta, quindi, non può essere una decrittazione filosofica del senso in quanto l’essere non ha risposta perché probabilmente formula domande sbagliate: “d’una risposta che non si può formulare non può formularsi neppure la domanda”, dice Wittgenstein. Alessandro Bellasio riconosce le fondamenta di questa domanda senza risposta e sul dramma di un silenzio inappellabile costruisce le impalcature della sua parola.
Si tratta, cioè, della “certezza” di un accadimento – l’essere catapultato nel tempo e nell’urto – avendo dimenticato, o abiurato, le radici stesse che informano il senso dell’esistenza – sempre che l’esistenza abbia un senso – . Individuato un quadro di pensiero chiarissimo, ogni poesia è cosciente che il suo è un ragionamento per immagini, in quanto l’immagine è già di per sé pensiero della cosa.
Questo io/tu evocato nel libro è un bambino che scaglia al cielo la sua domanda senza risposta, mostrando le stimmate delle mani. Bellasio non sembra essere interessato alla riflessione filosofica delle cause, alle conseguenze del pensiero giudeo cristiano, nel senso della responsabilità del gesto, della scelta di una disarmonia con l’Ente; piuttosto, alla presa d’atto di un abbandono, di una condizione precaria oltre la caduta: “Ora il nulla / che sei, che sei stato / ruota nei quaderni, ti reclama”, p. 35.
Così, il teatro è quello di un’apocalisse in cui tutto si è compiuto, di un giudizio universale senza giudici e divisioni. Le scene sono rudemente tagliate tra luce e ombra, le immagini sono fatte di parole sghembe, ossessive nella ripetizione dei loro postulati.
Il tema della caduta è trattato con un verso che si conclude con una parola a capo, come una scala che precipiti, uno spuntone sul quale aggrapparsi.
Combustione, corda, schegge, bunker, alfabeti che non dicono, che non significano niente… Date, archi, frammenti incisi su sabbie e su garze…L’impossibilità della parola a dire, a definire.
Pressoché inesistenti i riferimenti alla città, a un contesto che possa riconoscere confini, orizzonti, spazi famigliari. Siamo in un deserto di fuochi e solitudine, di ghiacci e di crepacci, di voragini.
L’essere è in bilico tra un vuoto funereo e un cielo indifferente. Anche la parola è in pericolo, frammento di bellezza e luce che potrebbe polverizzarsi da un momento all’altro come la caduta di un meteorite.
Il male abita questa caduta, questa solitudine. Il male è caduta e solitudine.
Così la poesia si fa preghiera del nulla, un semplice gesto che non ha cause ma solo la necessità del proclamare; un menhir conficcato sulla nuda pietra. Chi parla non può avere parola:

Sei un arbusto
che il vento possiede e piega,
una riga
di fiato seccato
nel tuo petto buio –
sei
una lingua in esilio,
una domanda
travolta dal verdetto.

p. 38

Immagini che ci riportano al deserto e all’ignoranza dell’uomo davanti a un roveto ardente, all’imperscrutabilità del divino; all’ineluttabilità di una legge ontologica a cui siamo costretti a ubbidire nel grande deserto di non senso del mondo.
Ed è proprio la parola, più che la terra, il campo di combattimento di una guerra perduta in partenza, fatta di incontri e agguati, di sconfitte e pause nella sconfitta. Per un poeta non si tratta di cercare la strada di un buon vivere, ma di riuscire a scavare, nel tessuto della scrittura, i lacerti di una bellezza franta, un tizzone oscuro, splendente di mistero. Da raggiungere a tutti i costi, pena la sconfitta.
Bellasio sceglie di partire dalla fragilità; la sua è una scrittura puntellata contro la roccia friabile della caduta, lo slittamento delle falde, la preghiera che non ottiene nulla. Vi leggiamo, in controluce, le titaniche guerre di Lucifero, di Manfred, di Prometeo; il nichilismo di Qoelet e il pessimismo di Giobbe; tutti personaggi accomunati da febbre, furore e fiele.
Gli sfondi di questa tragedia sono i paesaggi bruciati e immaginifici di Turner; i corpi ridotti a tronchi sono quelli smozzicati dell’ultimo Goya, i ritratti di Schiele, il terrore e il compimento sui volti di Caravaggio.
I colori, pochissimi e lividi, descrivono il fragore di una battaglia appena consumatasi, il silenzio che segue l’abbattimento.
Le conseguenze di questo sentire il presagio imminente del “non essere” come primizia dell’essere – morte dentro l’essere stesso – è una totale rinuncia al tempo di Crono e alla sua circolarità stagionale. Bellasio scrive così una sorta di dichiarazione apocalittica, una parusia già avvenuta, e definitivamente, nella carne del mondo, come se l’ultimo sigillo della conoscenza, rivelato dopo la caduta, non consistesse altro che in questo mistero di abitare nel tempo e nell’urto, negando conoscenza e redenzione.
Sceglierei il nome di Prometeo, o di Lucifero, se dovessi smascherare questo io/tu che parla. Le figura del Prometeo incatenato, intento a descrivere il disastro della parola dentro la sua stessa carne, o del Lucifero precipitato negli abissi di fuoco, sono evocate dal suono di ganci e lacci, dallo sfrigolio del fuoco e della carne bruciata:

Quadrante

…il rombo sordo del sangue,
l’arteria
la breccia il vertice
la verticale
senza luce,
il respiro…
Sotto la scure silenziosa
la rotazione
la crepa
aperta nello sterno
la freccia
perduta nel quadrante,
il destino:
ecco
la vita,
sì,
l’asciutta
parola senza benda
e la febbre ingiunta

la scintilla buia
che noi saremo sempre

Siamo “prima” del tempo degli eroi, della loro presunzione di possesso del mondo attraverso la ferocia della lotta. Siamo nell’istante stesso in cui l’uomo si scopre solo davanti al suo dolore e alla sua nudità, cacciato dalla casa, senza più neanche il ricordo di una casa.
Del resto, è significativo che questa consapevolezza avvenga in una scrittura giovane, quando, cioè, l’angelo non ha ancora perduto definitivamente le sue ali e le sente ancora come presagio di un ricordo, di uno stato in cui le cose non si muovevano né splendevano, né bruciavano nella fiamma del dolore del mondo.
E’, dunque, un’opera innocente e commovente, questa di Alessandro Bellasio, capace di sostare con rigore dentro l’intuizione di una pena, di un pianto trattenuto; del grido dell’agnello di fronte al mistero del suo inutile sacrificio.

Di ciò che è stato luce

Notte di detriti, di cocci –
cocci spinti nella gola,
che graffiano
che fendono la parola.
scrivi in schegge

Nostra
è la violenza, la gabbia
e l’assedio,
l’algebra del male – ma tu
non voltarti

tu
non cercare
il volto degli amici
o anch’essi periranno,
diverranno
calce, onta
sale.

Tu
non cercarti, non chiamarti – tu
lasciati, così
abbandonato all’assalto della notte

lascia andare i morti,
lascia
che il dolore sfumi piano nell’addio,
che la risposta giunga al suo commiato

perché anche tu, come ognuno, nella vita
non hai che questo.

p. 46

 

p.s. La formattazione di alcuni dei testi riportati non è esattamente corrispondente a quella originale. Me ne scuso con l’autore.

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