Claudio Pozzani, Non farmi portare via …

Claudio Pozzani, SPALANCATI SPAZI, poesie 1995-2016, Passigli 2017

Claudio Pozzani è nato nel 1961 in una città di mare. Come me.
Io non so più se il dato anagrafico e territoriale possa ancora costituire, secondo un filone critico assai praticato, elemento di un’ipotesi di consonanza tematica, o, piuttosto, di una disillusione aleatoria, derivante dalla constatazione di un’appartenenza senza ritorno e di una biografia senza radici. Abbiamo creduto in passato, ma fino a un certo punto, che una stessa stella e una stessa terra potesse legarci a una traccia, a parole e pensieri nei quali, in qualche modo, ritrovare sensi e motivazioni – non sempre dipendenti dalla nostra volontà –

Eppure noi abbiamo creduto
che si potesse essere fratelli, noi
i figli di un sessantuno
con la testa nell’acquario
e il cuore nel sagittario.

(Sebastiano Aglieco, NELLA STORIA, Aìsara2009)

L’idealità di una consonanza anagrafica, certo, non basta a sentirsi vicini, se non si legga, almeno, l’altro dato, quello territoriale – gli avi, le parole della terra, i riti delle costruzioni sintattiche e delle mitologie –.
Occorrerebbe, poi, sondare un altro elemento misterioso, costituito dalle “radici delle isole”, e cioè da quei legami che intrecciano parole e cose sotto la superficie dell’acqua, una vera e propria rete neuronale di sinapsi, mentre, in apparenza, sembriamo isolotti solitari.
Vuol dire qualcosa, dunque – almeno qualcosa – essere nati nel 1961 e in una città di mare se il putrescente respiro di una guerra da poco conclusa e il desiderio di essere “altri” in un “altrove”, forse migliori, la mia generazione l’ha avvertito più di ogni altra.
“Altri”, eppure drammaticamente e in modo struggente legati alla propria origine come la polena alla sua nave.
Il quadro, insomma, a me sembra chiaro, almeno come ipotesi di percorso. Claudio Pozzani è un Ulisse arrabbiato, un marinaio sempre pronto a sollevare le sartie della nave tassativamente a vela, verso altri porti, per poi ritornare alla sua Itaca in una sorta di rapporto ambivalente tra vuoto e pieno, tra premonizione della catastrofe e desiderio di pienezza.
E’ un “lontano”, come il vecchio Urano, il dio che, per sua natura, è condannato a girarsi indietro e rimpiangere la giovinezza che appena lo precede; guardare lontano, assai lontano, verso il tempo trascorso; mai pienamente realizzato.
La forma di ogni poesia è, o dovrebbe essere, vestito del suo contenuto, come la libertà, scrive Pozzani “è un vestito attillato / che non a tutti calza bene / Bisogna avere il fisico adatto / E lo spirito / E la mente”. Questa scrittura poematica, nel senso che tutto raccoglie e canta, persino i lacerti e le briciole della vita, è: fittissima di immagini e colori, come le decorazioni di un interno barocco; costipata di forme esposte alla piena luce; è scrittura bulimica che a nulla rinuncia, in forma di ballata canzonatoria, a volte affabile o malinconica, spesso sprezzante e auto accusatoria; non ha enjambement, per timore di una spezzatura del ritmo e del respiro, per timore di non essere più; non ha a capo – si veda, come esempio, la costipazione tipografica di un verso “le urla che rimanevano inscatolate negli elmi svitati dal busto”, p. 32, troppo lungo per stare nello spazio di una riga –; non è scrittura consolatoria né assolutoria, eppure è scrittura popolare che corteggia le forme della canzone, che raramente balbetta e rarissimamente – avviene solo in due composizioni – si presenta in forma di frammento.
E ancora: è scrittura che abbraccia e forse chiede l’abbraccio.
Questo racconto bohémien senza appigli, affonda i chiodi nell’esperienza biografica, a volte cantandola con una sorta di savoir vivre, un carpe diem che sembra compiacersi della pienezza, dello sfolgorio della giovinezza, della virilità prima dell’abbaglio, del tremore di un’età di passaggio.
L’antico istinto di marinaio, di un ebreo errante che corteggia l’ebbrezza dionisiaca del possesso e della successiva perdita, via via lascia il posto al disincanto della sbornia, alla certezza che le antiche stelle della nostra “patria” e del nostro “anno” pretendono ancora qualcosa da noi – gli antichi debiti, insomma, non sono mai estinti – .
E questo debito è già dichiarato sin dal primo testo:

A MIA MADRE

Ti ho visto in faccia in quella stanza
io sporco di sangue e muco
tu stravolta e curiosa
Ho tentato di dirti che non ero sicuro
di voler restare fuori di te
ma le parole che avevo in testa
nella mia bocca si impastavano male
Avevo appena imparato che tutta la vita
sarebbe stata ipocrisia e paradosso
ti avevo appena fatta soffrire
ti avevo fatto sanguinare
eppure ero io a piangere e tu a sorridermi
Ti ho visto in faccia in quella stanza
mentre mi portavano via
C’era troppa confusione
per dirti quanto fossi felice
di poter finalmente dare un viso
al ventre che mi aveva ospitato
E più tardi con i miei colleghi
si discuteva di reincarnazione,
di eterno ritorno, dei cicli di Vico
ma non vedevo l’ora di rivederti
e di conoscere il tuo uomo e vostro figlio
dei quali sentivo la voce ovattata e lontana.
Ti ho visto in faccia in quella stanza
e darei tutto quello che ho per ricordarmene.

Questo luogo deputato alla sofferenza, è l’uomo stesso, nato sotto una precisa stella e nel proprio limitato fazzoletto di terra. Ogni poeta, se ha questa coscienza destinale, non può e non deve abbeverarsi alla bellezza del proprio canto. Non può neanche fingere di fare il maledetto, scrive Pozzani, vestirsi degli abiti alla moda, barare, auto celebrarsi.
La poesia è sempre dentro e fuori dalle cose, le benedice e le maledice. Come fa Claudio Pozzani nella lunga composizione finale, una vera invettiva contro le forme vacue della vita, dell’arte e della poesia. Non si salva nessuno, soprattutto il nostro tempo fatto di poetini con giacca e cravatta, urlatori al microfono, compiaciuti, fighetti, gente che una vanga in mano non l’ha mai presa e non conosce l’odore del mare e della campagna.
Nemmeno il nostro tempo si salva, già, che, tuttavia, Pozzani sente come il suo, intuendo, forse, che la poesia può nascere solo in uno stato di scostamento, di sguardo periferico: condizione che è possibile intuire anche nella poesia più urlata.
In questo stato di disagio, dunque, si creano le forme: lo sberleffio amaro e rivoluzionario, il balbettamento del pazzo, la malinconia dell’esule. Oggi i poeti migliori sono quelli che non hanno dimenticato il pericolo, il “si sta come le foglie”, il “sapere quanto è amaro lo scender e salir le altrui scale”; Il ”le ciglia pungono”… Senza terra ma con una ferita nel cuore che non può guarire e che, eppure, ci salva.

Sebastiano Aglieco

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