ESSERE NI/ENTE

«Bisognerebbe saper attendere e raccogliere, per una vita intera e possibilmente lunga, senso e dolcezza, e poi, proprio alla fine, si potrebbero forse scrivere dieci righe valide. Perché i versi non sono, come crede la gente, sentimenti (che si acquistano precocemente), sono esperienze. Per scrivere un verso bisogna vedere molte città, uomini e cose, bisogna conoscere gli animali, bisogna capire il volo degli uccelli e comprendere il gesto con cui i piccoli fiori si schiudono al mattino. Bisogna saper ripensare a sentieri in regioni sconosciute, a incontri inaspettati e congedi previsti da tempo, a giorni dell’infanzia ancora indecifrati, ai genitori che eravamo costretti a ferire quando ci porgevano una gioia e non la comprendevamo (era una gioia per qualcun altro), a malattie infantili che cominciavano in modo così strano con tante profonde e gravi trasformazioni, a giorni in camere silenziose, raccolte, e a mattine sul mare, al mare sopratutto, ai mari, a notti di viaggio che passavano alte rumoreggianti e volavano assieme alle stelle, e non basta ancora poter pensare a tutto questo. Bisogna avere ricordi di molte notti d’amore, nessuna uguale all’altra, di grida di partorienti e di lievi, bianche puerpere addormentate che si richiudono. Ma anche accanto ai moribondi bisogna esser stati, bisogna essere rimasti vicino ai morti nella stanza con la finestra aperta e i rumori a folate. E ancora avere ricordi non basta. Bisogna saperli dimenticare, quando sono troppi, e avere la grande pazienza d’attendere che ritornino. Perché i ricordi in sé ancora non sono. Solo quando divengono in noi sangue, sguardo e gesto, anonimi e non più distinguibili da noi stessi, solo allora può darsi che in una rarissima ora si levi dal loro centro e sgorghi la prima parola di un verso».
(Rainer Maria Rilke, “I quaderni di Malte Laurids Brigge”)

Questo passaggio di Rilke è sicuramente più importante della famosa sua risposta data a un poeta esordiente che gli chiedeva lumi su come “imparare” a scrivere poesia.
Lo utilizzo per riprendere il discorso sul significato dell’espressione, adottata in un precedente scritto da me e poi ripresa da Maurizio Casagrande, “per scrivere poesia bisogna essere niente”.
Il testo appartiene, forse, alla poetessa russa Anna Acmatova. Io non so se la traduzione sia più o meno corretta, come mi hanno suggerito di verificare alcuni amici poeti su facebook; anche perché mi interessava analizzare il valore profondo di questo “essere niente”; che è metafora di uno stato, piuttosto che di una condizione dell’ente.

– Non è che per scrivere “bisogna essere niente”, noi siamo ente, il contrario del ni-ente, e l’ente qualcosa è -, commenta Roberto Bertoldo; e aggiunge Gabriela Fantato: – Non mi piace la parola “niente” devo dire…(…) Noi SIAMO, come dice bene Roberto Bertoldo. Per questo preferisco dire che occorrerebbe sapere di ESSERE POCA COSA,UNA COSA TRA LE COSE,UN VIVENTE TRA I VIVENTI” -.
Ma la condizione nel ni/ente, è una condizione ontologica a cui tende a tornare l’essere declinato nell’io, o peggio, nell’ego, quando voglia tentare una risorgenza, una rinascita. Quando avverte una profonda crisi del suo “essere qui, ora”.
E’ la condizione del deserto in cui l’esercizio spirituale consiste nello spogliarsi totalmente della condizione sociale, dell’infetto della parola trasformata, anche per necessità, in retorica e inganno.
E’ nel deserto che nascono le grandi religioni, l’unico luogo in cui è possibile sentire “le voci”. Nel deserto ri/torna Rimbaud, scoperchiando la parola e lasciandola a creparsi al sole. Il deserto è un luogo pericoloso perché non si può ritornare ed essere “ente” senza aver trapassato gli stati di una formazione che è sempre parallela a quella sociale; altra; alta. Il deserto è la terra che attraversiamo tutte le notti, prima di un nuovo risveglio all’alba.
L’essere niente, allora, si configura come momento di separazione, di meditazione pericolosa prima del ritorno, sempre che poi la via del ritorno si mostri. Non può esserci compromesso alla condizione del niente. Lo stato di mezzo è costituito dalle “tecniche” che il sociale ci presenza in forma di esercizi, di metodi per imparare qualcosa, stando con un piede nel rito dell’aperitivo, della cena sociale, del concorso letterario, e l’altro nella parvenza di un silenzio che è saldamente schermato per delimitarne il pericolo. Essere niente è necessario perché altrimenti siamo costretti ad abitare l’ipocrisia della via di mezzo in cui, male che vada, possiamo ancora salvarci senza perdere la vita. Solo con qualche ammaccatura.
Si potrà dire che questo è un discorso ambiguo e ipocrita perché nessuno, e nemmeno i poeti che professano maggior rigore, si sentono pronti per vivere in uno stato di “deserto”. La risposta non è in un azzeramento dell’ente ma nel recupero di un concetto di pulizia etica, di battesimo, di purificazione. Di pausa.
Che cosa ci dice Rilke? Ci dice di non abitare nella parola grassa, nella parola polita o altisonante, nella parola incoronata. Non è una questione di rinuncia tecnica, altrimenti sarebbe cosa semplice da fare. Il retore che abita la nostra lingua è un demone che apparentemente abita la lingua. Abita, invece, il nostro sistema complesso di rapportarci col mondo, con gli altri. Una parola nuova, alta o dignitosa non importa, può venire solo dal desiderio di non essere, di giungere da un vuoto capace di azzerare le retoriche del vivere, che sono sempre connesse, poi, alle retoriche dello scrivere. Il demone della forma è potentissimo perché non vuole deperire, non vuole accettare di essere niente. E quando non ci sarà più niente, anche la parola “casa”, ritrovata dai superstiti tra i frammenti di un vecchio manoscritto, sarà considerata, per necessità, la parola più bella di un nuovo mondo: vero e necessario pane spirituale.
“Scrivere alla fine”, dice Rilke. Non alla fine della propria vita, ma dopo un lungo attraversamento dei propri fantasmi di gloria e di grandezza nascosti dietro i vessilli della parola, il suo tentativo di alzarsi a tutti i costi, di svettare su tutto e su tutti. La gravosità del compito abbasserebbe le nostre pretese, ci farebbe sentire in stato di pericolo perpetuo, di salutare autocensura.
Questo dovrebbero fare i poeti, i quali sono sempre i profetizzatori degli stati dell’ente: accettare di essere niente prima di essere qualcuno, qualcosa. Prima di essere parola.
Maurizio Casagrande accennava a due questioni, che sono, poi, due chiavi di lettura di questo discorso: i bambini e il dialetto.
Da maestro di scuola elementare potrei dire tutto il peggio della scuola. Potrei dire della retorica dell’insegnamento che lo Stato impone di eseguire e della solerzia dei suoi esecutori, ma sarei ingiusto e parziale. Posso dire, invece, della mia solitudine ad insegnare, della constatazione di un isolamento, dovuto al mio stesso modo di insegnare, di essere “altro” dal contesto, di essere niente, rispetto al contesto. Di portare i bambini a una consapevolezza che perderanno. Una consapevolezza che passa da loro stessi e giunge alla parola. In uno stato di perenne sconfitta, altro non si può desiderare – prima di ritornare ad essere qualcuno, qualcosa – che di essere un Niente ontologico.
L’altra chiave è il dialetto: il quale mi ha insegnato a tornare, a perdere le parole prime di ritrovarle. A pronunciarle in un suono presociale, e forse preculturale. Poi si ritorna, certo, ma il principe Tamino e la principessa Pamina, quando ritornano dalle tre prove, non sono più le stesse persone. Orfeo non suona allo stesso modo dopo aver perso Euridice. Dal suo Nulla nasce quasi tutta la poesia che conosciamo. Chi si è fatto Niente, nella casa della Storia, ha avuto in sorte di lasciare qualcosa agli altri, al mondo.
Per concludere. Non ci possono essere compromessi a questo tentativo o desiderio di sentirsi niente. Ci può essere solo una scelta rischiosa: perdere la strada e rimanere in uno stato di eterno anonimato – senza più nome – o un ritorno alla città, con gli occhi nuovi di una dolorosa e rischiosa rinascenza.
Saremo giudicati duramente per queste parole, per la coerenza che richiedono. Le nostre azioni saranno minuziosamente pesate. Ma questo è un altro discorso.

*
Forse per questo pagherò:
per la chiarezza.

*
Sì, tornare, scomposti, seminati
rinunciare ai pensieri alti
farsi seme della terra
che si apre, morendo
rifondare nelle parole
l’assoluta rimostranza del grido
la presenza di un padre silenzioso
che uccidendoci, ci ama.
Questo hai chiesto ad Abramo.
L’avremmo fatto.
Avremmo ubbidito.

(da Compitu re vivi)

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1 Comment

  1. La poesia ha un solo, insidiosissimo, nemico: l’Io personale del poeta, dell’autore. Non l’Io di per sé, ma la sua degradazione nella maschera della Persona narcisista, egoista, alienata. Per dirla con Rilke: la persona “sentimentale”, avvitata all’ombelico delle proprie “sublimi emozioni” (in sostanza schiava del “principio del piacere”) e che non vede nulla al di là del proprio naso, non ascolta nulla realmente, non vive esperienze, individuali-storiche-culturali, che possono sgretolare la maschera e liberare il volto che, finalmente, può aprirsi al mondo (esterno, ma anche interno). Affermare semplicemente: “per scrivere poesia bisogna essere niente”, senza specificare bene, può essere molto pericoloso. Il niente, filosoficamente intendendo (Parmenide) e psicologicamente precisando, è essenzialmente legato al delirio metafisico e alla psicopatologia (idealizzazioni fobiche, negazioni psicotiche, sublimazioni autistiche…). Dunque: bisogna essere niente di tutto ciò che riguarda la Persona chiusa nella sua piccola gabbia d’oro e che non sa più volare. Mi fermo qui, per ora, in quanto le implicazioni e le possibili articolazioni di questo “essere niente” sono di per sé “abissali” e hanno a che fare con l’origine della creatività umana in generale, non soltanto poetica.

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