Un intervento di Maurizio Casagrande e una mia breve replica

«Per scrivere bisogna essere niente» (Sebastiano Aglieco, dal blog “Compitu re vivi”): alcune riflessioni sulla poesia nel quarto lustro del XXI secolo.
Maurizio Casagrande

Credo che qualsiasi discorso sensato sulla poesia dovrebbe partire da questo assunto che sento di condividere fino in fondo con Sebastiano e che probabilmente anche altri potrebbero sottoscrivere, come Pasquale Di Palmo, Luigi Bressan o Mauro Sambi, i primi nomi che mi vengano alla mente. «Essere niente» per me significa aver piena consapevolezza dei nostri limiti ontologici (la nascita e la morte, in primis, ma anche e ancor più la parola e la lingua), essere consci della finitezza che ci è connaturata, dell’insignificanza di ogni singolarità considerata in sé e per sé. E siamo niente più che mai all’atto in cui ci misuriamo con la scrittura, a tu per tu con la pagina bianca che una sua compiutezza già la possiede, appunto in quel vuoto che ci sentiamo coartati a “riempire”. Un tema su cui mi succede spesso di riflettere, oggi come ieri, magari sulla scorta dell’Ecclesiaste, un tema che ho messo a fuoco in più di un’occasione anche nei miei versi, senza peraltro venirne mai a capo. La scrittura stessa è un «niente», nel senso almeno che ogni fine viene a coincidere di nuovo con un altro inizio in un processo che sembra non aver termine (basti pensare a Calvino, o alla metafora del labirinto in Borges) ed è evidente che la pletora di pubblicazioni che vedono la luce ogni giorno, per restare solo al terreno della poesia, vengono a costituire un colossale nulla di cui forse non resterà traccia in capo a qualche lustro, se non addirittura prima, il che ridimensiona di parecchio le ambizioni di tanti aspiranti poeti o scrittori.
Essere niente equivale anche a scegliere di tornare alle origini adottando come punto di partenza la condizione di massima debolezza, esposizione e candore, quella dei fanciulli: nessuna certezza, nessuna garanzia, nessun titolo alle spalle, solo la nuda voce a misurarsi col mistero del mondo e dell’uomo. Forse la scelta del dialetto, nel mio caso, assolve a una simile funzione, in particolare nel libro che devo ancora pubblicare per mia madre. Certo non è l’infante a parlare lì, ma spesso le vicende vengono riportate o lette con quell’ottica, disarmata e totalmente esposta al capriccio degli eventi.
Il discorso investe di necessità il terreno dell’etica: bisognerebbe sottoporsi ad un severo tirocinio di umiltà e di silenzio, come aveva ben compreso Pierluigi Cappello, prima di scrivere una sola riga, ma sono in pochissimi a farlo.
Il niente per antonomasia, però, è la morte e al suo cospetto la parola, la scrittura, il verso rappresentano l’unica arma a nostra disposizione grazie alla quale, paradossalmente e proprio dall’esperienza che più ci ricorda il nostro destino di precarietà, veniamo legittimati ad attingere all’unica risorsa che davvero ci appartenga, la parola, una parola però decantata e sublimata sul braciere del dolore.
Nei tempi che viviamo, il tempo della “fretta e del saluto, del fiore strappato” (Aglieco), come della pena e del perdono (Munaro), o ancora di un cammino dentro l’arsura avvolti “nel buio della parola” (Cappello), la poesia è chiamata ad assolvere la funzione capitale di un’attribuzione di senso alle cose, che la scienza, come già denunciava Wittengstein, non è mai stata in grado di espletare, mentre la poesia – il più affinato tra gli strumenti umani – vi è vocata quasi per proprio statuto. La poesia degna di questo nome, s’intende, quella cioé che non si compiace di se stessa, non ha come fine la letterarietà o la letteratura, non aspira alla fama, non focalizza l’attenzione sull’autore e si alimenta dello stesso cibo che assumono gli uomini e le donne tutti i giorni, vale a dire amarezze, delusioni, perdite, ma anche slanci inattesi e piccole gioie quotidiane. Questa è la poesia che amo, che mi parla, che mi interessa, senza la quale non potrei vivere. Tutto il resto lo lascio a critici del calibro di Linguaglossa.
Essere niente, infine, comporta di necessità l’accettazione della propria condizione di marginalità con tutto ciò che deriva dalla posizione di tale postulato, vale a dire l’oscurità come destino, la condanna all’anonimato perpetuo, l’inattualità, la negazione di ogni riconoscimento così come spesso succede ai grandi, da Leopardi a Giotti, fino a Bino Rebellato. Poesia, insomma, intesa quale atto di resistenza e testimonianza, come un giardino zen disegnato sulla sabbia destinato a durare finché una folata di vento non sopraggiunga a scompigliarlo.

*

Innanzitutto ringrazio Maurizio Casagrande per questa bella riflessione sul senso dello scrivere. L’espressione a cui egli fa riferimento, “per scrivere bisogna essere niente”, non è mia. Credo appartenga a un poeta russo, ma non so ricostruire la fonte. L’ho comunque sentita come una dichiarazione pienamente mia, maturata in questi ultimi anni di letture e di interventi critici.
Vorrei innanzitutto rispondere con un testo tratto da “Dolore della casa”:

Tu sei Nessuno, ricordalo sempre
e ogni città te lo ricordi;
essere del vento
di una voce che ti ha riconosciuto
ogni poeta è figlio di un’ora, o di un’ombra.
Un dio non conosce i passaggi della mente
e il porto è solo un’illusione
perché gli occhi possano riposare.
Oltre ci sono passaggi, fratture della terra
le insenature della pelle.

Questo Nessuno non è l’Ulisse ingannatore che acceca, ma l’Ulisse senza nome scaraventato tra le onde dell’oceano senza più patria e affetti.
E’, questa, la condizione necessaria per chi voglia nominare questo Nulla: navigare a vista senza avere parole per dire, eternamente in pericolo ed eternamente alla ricerca di una parola dura, difficile, accecante.
Non si può fare questo senza porsi il problema dell’unità tra essere e scrittura, essere poeti nella vita e nella propria parola. Amo molto e cerco di coltivare per quanto possibile, l’’immagine del “poeta contadino”; di un contadino che sappia leggere e di un poeta che sappia sporcarsi le mani di terra. Una condizione in cui la parola scaturisca da una sensazione di pericolo e di fatica, profondamente radicata in un’antropologia che abbiamo perduto riducendoci a chiacchiere, bella scrittura e gesti senza quasi più biologia. Protesi di noi stessi.

UN ALTRO INTERVENTO QUI

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...