La Venezia letteraria di Pasquale Di Palmo

Pasquale Di Palmo, Venezia, Edizioni Unicopli 2017

Spesso i critici puri sono dei pessimi o mediocri poeti. Non è vero il contrario. I poeti hanno un modo tutto loro di fare critica, una critica impura – come deve essere – salvaguardando le esigenze storiche e filologiche delle ricerche, degli studi scientifici.

La critica dei poeti difficilmente allontana il lettore dal testo perché non lo annoia. Lo avvicina, piuttosto, a una sua visione delle cose che ha a che fare con la necessità, con una sorta di ricerca interiore e persino pratica, a volte.

Di Palmo è un poeta dalle forme chiare e oneste che nei suoi testi accoglie il lettore con un rispetto d’altri tempi, cosciente che la parola della poesia, dopo le strade più tortuose, ritorna alle origini e cioè a quella classicità che  una volta rappresentava il riassunto di una civiltà tutta. La parola non poteva negare il suo senso né agli uomini né agli dei e se c’era non senso, piuttosto, questo rientrava nell’imperscrutabilità del divino e doveva essere esorcizzato. L’oracolo era, in fondo, un modo per dare senso alla parola non chiara, al mistero del divino.

Quando Di Palmo si cimenta con lo strumento della critica, conferma questa sua compostezza del dire in uno stile che sembra partire al rallentatore e che poi mantiene la stessa marcia fino alla fine; una specie di flusso marino che avanza senza assalire né stancare.

Lo si vede benissimo in questa “Venezia”, libro apparso in una bellissima collana dedicata alle città letterarie in cui si possono leggere altri titoli rilevanti  –  molti racconti di città sono scritti da poeti  -.

L’approccio, chiaramente, non è da manuale divulgativo per il turista di turno, verso il quale Di Palmo ha parole molto dure, imputandogli la colpa di aver trasformato Venezia in un baraccone di divertimenti. In effetti Venezia non è una città qualsiasi, lo sappiamo. Esige, addirittura, parole diverse per essere capita. Venezia è città che non esiste, espressione dei moti cangianti dell’animo, talmente carica di storia e cultura da esserne sopraffatta essa stessa.

“Venezie”, ad indicare microcontesti culturali e paesaggistici, una laguna fatta di isole misteriosamente interconnesse tra di loro, tutte unite da uno stesso filo rosso, tutte però abitate da una solitudine di parole e di spazi.

Di Palmo percorre a piedi questi mondi in un rapporto strettissimo fra ricordi, azioni, conoscenze, destino. Ed è la sua città, Venezia – sempre diverse sono le descrizioni delle città natali da tutte le altre, perché questi racconti finiscono per coincidere col mito, col possibile, col vago e nebbioso accadere -.

Le pagine più affascinanti riguardano proprio mitologie e improvvise apparizioni, ricordi che si confondono con il sogno, con l’informazione non più precisa, consumata dal tempo. Per esempio la madre del poeta forse ritratta da Giacometti; l’ex libris inventato in onore del poeta Iosif Brodskij, scoperto in una misteriosa tipografia, persa e poi ritrovata molti anni dopo; oppure l’apparizione dei gabbiani che si avventano sui pesce finiti a riva a causa del freddo…

È una Venezia “incurabile”, eterna, resistentissima alle invenzioni del moderno che Di Palmo considera come delle vere e proprie abnormità. Persino il famoso Carnevale di Venezia è trattato alla stregua di moda politica per catturare turisti.

Città kafkiana dove perdersi e forse disperdersi. Ma anche ritrovarsi in una dimensione che non appartiene al nostro tempo se non al desiderio di una salvezza in un luogo dell’anima in cui molti tasselli dell’esperienza ritornano al loro posto.

Di Palmo ci riporta, comunque, a una dimensione fatica della vera Venezia in cui il passeggiare è già di per se stesso esperienza e genere letterario del “rammemorare”, quindi del raccontare; non per tasselli cronologici ma per improvvise sovrapposizioni di immagini e di parole.

In questi giorni di metà gennaio abbiamo assistito a un’ondata di freddo glaciale e i quotidiani locali hanno dato risalto a una notizia particolare. A causa delle temperature polari i branchi di pesci, soprattutto cefali, che si inoltrano nel bacino di San Marco nuotano in maniera più lenta impacciata, divenendo facile preda dei gabbiani. Così da qualche giorno si sono formati assembramenti anomali di questi volatili che si riversano a centinaia volando bassi a fior d’acqua per catturare i pesci intontiti dalle basse temperature. L’effetto è quello di una nuvola bianca che si staglia sul gelido cielo invernale. (…)

Mi viene in mente che, all’incirca un decennio fa, durante un bagno Jesolo era accaduto qualcosa di analogo. Un enorme branco di cefali si era riversato verso la riva andando a sfiorare i bagnanti, tra cui il sottoscritto. Io ero immerso fino al petto nell’acqua e potevo toccare queste enormi concentrazioni di pesci che (…) si dirigevano in massa verso una determinata direzione, procedendo all’unisono, a scatti. Mi sentii quasi felice.

p. 152

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