Un ricordo di Maurizio Casagrande

Addio, Gianfranco

Avevo conosciuto Gianfranco Maretti Tregiardini grazie a Marco Munaro, suo sodale nella traduzione del quarto libro delle Georgiche virgiliane (Il Canto d’api, Il Ponte del Sale, Rovigo 2012) come di altri testi dai classici latini, o nell’amorevole cura dedicata ad un’epocale non-antologia a quattro mani sui poeti del Novecento (Il lampo della bocca e altre figurate parole tra poeti italiani del Novecento, Mup, Parma 2005); ero entrato nei suoi tre giardini, non solo metaforici, a Felonica Po; lo avevo ascoltato in occasione di alcune sue letture da Virgilio nel mantovano, oppure in Polesine, o lungo le anse del Po a bordo di un battello; vincendo le sue resistenze lo avevo coinvolto, suo malgrado, nel mio libro di interviste ai poeti (In un gorgo di fedeltà, Il Ponte del Sale, Rovigo 2006); lo avevo visto per l’ultima volta a Rovigo, alcuni mesi or sono, in occasione di un convegno di studi sulla figura di un grande polesano che non è più: Gabbris Ferrari; e ora mi giunge la ferale notizia della sua scomparsa improvvisa quanto inattesa, come già per Gabbris, Giorgio Mazzon, Pierluigi Cappello, Sergio Garbato, Danni Antonello e altre care persone che sono venute a mancare in questo annus horribilis perché luttuoso quant’altri mai.

Conservo religiosamente le poche lettere che mi aveva scritto alla sua maniera, quella di un poeta innamorato della musica, della bellezza, delle piante, lettere in forma di poesie ricamate col pennello su cartigli a guisa di spartiti musicali, parole-note-foglie-fiori dalle ampie volute intrise di armonia nella perizia grafica del calligrafo. Ne rimane traccia anche a Rovigo, su una parete della trattoria «Al Sole» nei pressi di Piazza Vittorio, dove era stato ospite del Ponte del Sale per un pranzo o una cena.

Era una persona mite e di buon cuore, Gianfranco, radicato nei suoi classici come nel culto delle arti, alle quali aveva dato il proprio generoso contributo in più occasioni. Ma era soprattutto un poeta capace dei raffinati esametri latini dell’egloga per un amico (Biblioteca Cominiana, Padova 2001), come di giocosi madrigali raccolti in più volumi sempre all’insegna di quell’innocenza e di quella capacità di stupore/stupire che distingue l’universo infantile, al quale apparteneva fino in fondo da sempre. E forse era proprio questa la maggiore delle sue virtù.

Vorrei ricordarlo con alcuni versi che gli appartengono, esemplari della sua visione della scrittura e della vita quali attività ludiche per eccellenza:

Madrigaletto

Rappresentarmi in favola mi piace
E la favola si chiama
“L’uomo che ascoltava”.
Era così alto e divertito
che nessuno l’ingannava.

Gianfranco Maretti Tregiardini, Madrigaletto, da In un gorgo di fedeltà, Rovigo 2006, p. 175.

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articolo maretti1

articolo maretti2

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