Un ricordo di Gianfranco Maretti Tregiardini

“Gianfranco Maretti Tregiardini nasce a Felonica di Mantova l’anno 1939. Cultore di giardineria, latinità e pedagogia, è scrittore e poeta di nicchia. Legge i segni della natura e dell’esistere, le meraviglie dei felici e dei bambini.”
 Questo il breve profilo che ho copiato da una  pagina facebook, creata dagli amici per rendere omaggio alla figura di questo poeta/erudito, da poco scomparso.
Grande traduttore dal latino, bellissime sono le sue versioni da Virgilio pubblicate dal Ponte del Sale. Aveva anche pubblicato, sempre per le stesse edizioni, il libro di poesie “Canzoniere di sonno e di stupore”, che avevo recensito brevemente
Il titolo della breve nota “La poesia al tempo dei bambini”,  gli era particolarmente piaciuto, tanto che  lo avrebbe voluto utilizzare  per il suo libro futuro.
Su “Radici delle isole” avevo parlato anche di un altro bellissimo libro, un’antologia assai originale curata insieme a Marco Munaro:
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Per un’idea di letteratura: Marco Munaro, Gianfranco Maretti Tregiardini, Il lampo della bocca e altre figurate parole tra poeti italiani del Novecento, MUP 2005

«La storia della poesia del novecento si fa così senza mediazioni di scuole o gruppi di ideologie, direttamente attraverso i testi, in quanto portatori primi di “poetiche” lampo, bagliori di “immagini” esse stesse, immagini che virano in teoria, e viceversa»1. Alcune corrispondenze. 1975: «Batteva il nome (proprio/lo batteva, come/si batte una moneta)e il conio/(ma quello ostinatamente/batteva)il senso/(il valore)». (Giorgio Caproni). 1995: «Ritorna, che cantar canzone di voto/dentro l’acqua del Naviglio io voglio/perché tu sia riesumato dal vento». (Alda Merini). Le parole sono entità biologiche, respirano nello spazio e nel tempo, assumono forma e colore. Si mimetizzano, o trasformano interi paesaggi. Le sottili ramificazioni di cui sono capaci danno origine a un corpo che non ha forma ma infiniti sensi. E’ il corpo della letteratura nella cui geografia si situano le voci dei poeti. E così possiamo immaginare poeti/occhi, poeti/polmoni, poeti/piedi. E’ facile intuire la prospettiva di una simile visione. Non più elenchi di nomi, mutilazioni di parti, soffocamenti, amputazioni, ma un complesso organismo che vive. Ogni parola ha il suo contrario; ogni bellezza può nutrirsi del suo lato oscuro. I poeti dimenticati spesso si riscoprono necessari; dei poeti più grandi è possibile cogliere le fratture generanti, le intuizioni chiarificatrici, i rapporti e i debiti – quante volte non riconosciuti – con i fratelli minori. Questo avviene nel luogo deputato alla parola: la bocca. «Il lampo della bocca ferisce e lenisce, è carico di memoria, dà oblio». Le parole evocate mostrano la loro origine, non la negano. Attraversando il corpo, esse compiono un lungo cammino prima di fermarsi. Così possiamo leggere le varianti testuali, le sfaccettature, gli infiniti mutamenti dello sguardo; perché il poeta ritorna al testo «per una propensione a donare finalmente a se stesso e, per il proprio tramite, ad altri». Tutti questi legami sfiorano le manifestazioni della parola, che ci è data attraverso i vari modi che la chiariscono e la definiscono: ritratti, autoritratti, frammenti di canto. Così possiamo leggere lo spartito di una ninna nanna di Clemente Rebora, o ammirare il ritratto a carboncino di Andrea Zanzotto eseguito da Milo De Angelis; un’incisione su zinco di Emilio Villa intitolata Sibilla, e un autoritratto multiplo di Leonardo Sinisgalli. Proprio questo lavoro costituisce, forse, l’emblema del libro: schizzi d’inchiostro su carta, in cui il corpo viene rappresentato secondo prospettive diverse; ombroso, oppure indefinito. Un corpo che cambia, che mostra la sua grande ombra. Varianti di un progetto non ancora concluso, che si definisce per la sua capacità di accrescersi, di non escludere le esperienze ritenute minori. «Le notti che mi manca il fiato/Chiamo, chiamo con la mano/Fuori dal lenzuolo/Quei pochi che amo./Non rispondono:/Sono in un altro sonno,/In un altro vuoto/E non mi riconoscono», scrive Raffaele Carrieri – un testo dedicato proprio a Sinisgalli – che io vorrei interpretare secondo la metafora di un corpo che non si mette in contatto, che si autocensura; uno stile della nostra epoca e di questi ultimi decenni di letteratura. Ecco, leggendo in filigrana il libro, tra i possibili sensi che esso comunica, uno è quello della relazione fra i maestri, ma nel momento nascente dei legami, quando ancora non esistono maestri e non esistono allievi. Quello è il momento propizio del dono, del sentirsi alla pari, perché intuiamo l’origine della nostra arte nella necessità del donarsi, altrimenti nessuna parola avrebbe senso. Si può guardare dall’alto, a volo radente, oppure nascondersi negli anfratti umidi e oscuri e da qui immaginare di essere il vaso capillare di una grande quercia. Il compito è un delicato atto di auscultazione. Perché non siamo soli; tutti, in qualche modo – le voci, i visi, le assenze, noi stessi – ci apparteniamo in un modo più profondo e misterioso. Il compito di tutti, di tutti noi, dei poeti giovani, è quello di riuscire a percepire il respiro del grande albero. Di nutrire le radici delle isole.

1 Andrea Zanzotto, nella presentazione

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