IL SEGNALE N. 108

LE COSE SENZA STORIA
di Sebastiano Aglieco

E poi il pollaio. Le cose senza storia.
O fuori. Una carriola
che non ha ruote. Un pozzo. Un secchio marcio
privo di fondo. Il nome di uno scemo:
Luigino. Piume dentro la rete, di gallina.
Buchi dentro la rete. Trame rotte.
Quello che non chiamate crudeltà.

“Le cose senza storia” è forse il libro più bello di Fabio Pusterla. Coerente con tutta la sua poetica si avvale di uno stile piano e leggero, sempre in bilico tra il prosastico e il colloquiale, rivelando il ritmo sottinteso della parlata, che è fatto di improvvise accelerazioni, ripensamenti, rallentamenti.
E’ un libro che indaga il marginale – luoghi e oggetti – inquadrati in forme di nature morte o di vite al margine, senza alcuna apparente possibilità di redenzione. O già redenti, proprio perché le cose non sono interessati al progetto, al durare.
Si tratta di una riflessione filosofica oltre che poetica, utile a capire in che modo, negli ultimi anni della nostra storia culturale, lo sguardo si sia trovato a elaborare, suo malgrado, strategie di visione così apertamente in contrasto con l’incedere di un “tempo naturale”, non antropomorfizzato.
Sta di fatto che la storia del Novecento è fatta di accelerazioni funzionali ai processi produttivi; non si è trattato di inventare, letterariamente, solo “le città tentacolari”, le città verticali, ma anche, per esempio, il complesso labirintico dei poli industriali; di cimentarsi, persino, in improvvisi salti speculativi sulla struttura intima del microcosmo e del macrocosmo. Ne sappiano di più, certo, su come è fatto l’universo, ma forse abbiamo perso interi pezzi della nostra fragile storia antropologica. La conoscenza genera mostri; nel senso di materiale spurio, lacerti, scorie radioattive, e non solo metaforicamente.
Il celebre concetto di rottamazione, vero mantra politico dei nostri tempi, costituisce, in fin dei conti, un aspetto non trascurabile dei processi che le rivoluzioni politiche e culturali hanno espresso nel corso del “secolo difficile”, una specie di foga antigravitazionale capace di condurre vertiginosamente la storia delle cose verso un veloce compimento.
Alcuni fenomeni in atto sono chiaramente osservabili – evito di citare l’utilizzo delle strategie di marcheting nella vendita delle merci, fenomeno che ci interessa tutti, indistintamente, e che caratterizza il nostro tempo -. Ma altri fatti, seppur in ordine sparso, in merito all’accelerazione dei processi, è utile ricordarli.
Per esempio la progressiva riduzione dei tempi di attenzione nei processi cognitivi e di apprendimento, fenomeno ormai pienamente confermato da psicologi, pedagogisti e insegnanti; la velocizzazione del montaggio delle sequenze filmiche, fenomeno probabilmente derivante da un allineamento delle retoriche espressive a una richiesta di consumo sempre più aggressiva. Interessante verificare, a tal proposito, le reazioni emotive dei bambini alla visione di un vecchio film caratterizzato da un montaggio lento e da una sceneggiatura piuttosto verbosa rispetto a un prodotto più aggiornato, spigliato, visivamente accattivante e colorato, soprattutto velocissimo nella successione dei fotogrammi – vedasi, per un confronto con l’attuale panorama, quale fosse l’idea teorica di montaggio nel contributo di Sergej Michajlovič Ėjzenštejn -.
Ricordo ancora la banalizzazione dei linguaggi e degli stili nei prodotti di narrativa; la semplificazione del vocabolario ad uso corrente; la perdita valoriale, almeno nella percezione delle nuove generazioni, del significato dei maestri e della funzione dell’ insegnare, alla quale, etimologicamente, mi piace attribuire il senso di “lasciare un segno”.
E ancora: lo squilibrio dei delicati rapporti tra patrimonio artistico (conservazione) e funzionalità urbana (sperequazione, abusivismo, nuove idee di città, etc…); la messa a bando, nelle mostre di pittura, di un “conservatorismo stilistico” (classicismo) a favore di movimenti artistici contemporanei basati sull’utilizzo di materiali deperibili, non resistenti al tempo.
Volendoci soffermare solo su quest’ultimo esempio, è possibile immaginare un lavoro teoretico, declinato in prodotti artistici non di alta fattura ma evidentemente interessati a una significazione riconoscibile. L’arte povera, ad esempio, lavora sull’obiettivo di rimettere in un fluido di conoscenza e fruizione, i materiali dismessi, gli scarti, gli oggetti non più significanti, destinati, per circolarità riproduttiva, ad assumere altri significati, questa volta commerciali e commerciabili.
Tantissime cose viste alle ultime Biennali di Venezia insistono sul concetto di istallazione come spazio del recupero memoriale, della catalogazione spesso seriale dei materiali poveri, a volte esposti in funzione di atelier, altre volte di reinvenzione artigianale seguendo vecchi metodi.
Assistiamo a una riflessione sul perduto culturale, antropologico, sulla necessità di ridare una connotazione simbolica alla “spazzatura”, allo scarto, magari immaginando lo spazio, ridiventato ancestrale, rudimentale, dopo una catastrofe naturale, un collasso culturale. Come a dire: la rinascita ha necessità di riappropriarsi del perduto, di ciò che è rimasto, collocandolo in uno spazio sensoriale e memoriale ingenuamente nuovo, necessariamente funzionale all’anima.
Risulta evidente, anche, il riappropriarsi di tecniche artigianali funzionali alla riproduzione di oggetti nuovi ma di stampo antico, per esempio la trasformazione dell’alluminio delle lattine in un enorme tappeto/tendaggio che ricorda il drappo di antiche regge, senza altra connotazione significativa se non quella di indicare il recupero, atto dotato di funzione politica in sé.
E’ incontestabile che, anche il cosiddetto minimalismo abbia enormemente contribuito all’innalzamento del gesto povero, essenziale e spesso colloquiale, a gesto di rilevanza politica, un movimento della mano che non ha pretesa di influenzare il reale ma di indicarne l’intima natura zen; una progettualità semplice, che non si lascia coinvolgere dai processi industriali complessi, sempre portatori di una qualche violenza, di un qualche affronto.
Rottamazione è, dunque, gesto centrale nel mondo che viviamo, perché implica il riconoscimento del perduto, rispetto al quale si può elaborare un sentimento di dimenticanza o un altro, ben più responsabile, di riattivazione di senso.
E’ quello che fanno i bambini quando giocano con oggetti minimi: i sassi, le foglie, le pietruzze, gli avanzi del “pasto” della natura e del mondo adulto. Se indirizzati all’utilizzo di oggetti complessi, i bambini dimostrano tempi di attenzione che necessitano continuamente di una stimolazione sempre fresca, reinventata. Di fronte a un gioco complesso, si assiste all’accorciamento del tempo di utilizzo, mentre di fronte a un oggetto semplice, primitivo, il tempo del gioco sembra armonizzarsi col tempo lungo del non totalmente narrabile, cioè il tempo del mito.
Vedere giocare i bambini con gli oggetti semplici vuol dire assistere al gioco di piccoli dei nel regno incontaminato della resa al tempo, in un luogo dove la tecnica non ha ancora edificato i suoi totem e dove la mela della conoscenza del paradiso non è stata ancora mangiata. L’utilizzo di questi oggetti ha a che fare, tra le altre cose, col concetto di resa, di trasformazione e di medicamenta, di riparazione. Resa: in quanto il bambino si arrende al compito del gioco/lavoro, un compito fine a se stesso, non influenzato da una logica di produzione ma essenzialmente speculativo e creativo. Trasformazione: l’oggetto utilizzato è continuamente vivificato dalla tendenza naturale del pensiero magico in quanto il gioco del “come” finisce per coincidere con una sorta di logica quantistica; funziona, cioè, secondo la celebre domanda: può il battito d’ali di una farfalla …
Medicamenta e riparazione: giocare a non produrre niente, se non un oggetto transeunte, la cui metamorfosi è incessante, non definitiva. E’ dato, in questo modo, il senso delle parole di Fabio Pusterla: “Direi: / la piuma di un piccione, / sul collo, quando infiamma alla virata / e prende luce; o, di mattina, il fumo / appena pronunciato, controsole, / tra gli alberi. / Quello che si consuma e non si dà / pensiero. Che si perde.”

 

(testo apparso su IL SEGNALE, percorsi di ricerca letteraria – n. 108)

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