Ultima

 

Si conclude questo lungo omaggio a Pier Luigi Cappello. L’ho pensato insieme a Maurizio Casagrande, che mi chiamò per telefono il giorno prima della scomparsa di Pierluigi, informandomi della situazione.

Io conobbi Pierluigi in occasione dell’ultima edizione del premio Montale Europa, nel 2004, che vincemmo ex equo insieme a Daniele Piccini. Il premio, come si sa, non fu assegnato a causa di problemi di eredità tra i parenti di Montale e il Centro Culturale, allora gestito dalla Spaziani.

Fu un’occasione tragica per capire come vanno le cose in Italia nel campo dell’arte e della cultura ma che segnò il mio lavoro di critica, anche se già scrivevo di libri in diversi blog di cui ormai non esiste traccia in rete.

Com’è mio uso, ho sempre avuto il desiderio di riconoscere il poeta oltre che la sua poesia e lo strumento della recensione mi è sembrato, almeno fino a qualche tempo fa, quello più adeguato e gradito; così scrissi del suo “Dittico”, recensione che Pierluigi mandò a Maurizio Casagrande, successivamente pubblicata sulla rivista “Semicerchio”.

Ci siamo sentiti per telefono i primi anni, l’ultima in occasione della scomparsa del padre, lutto che coincise con l’assegnazione del premio Bagutta, a Milano. Poi la comunicazione si è diradata, come avviene spesso tra i poeti. Sono venuto a sapere che era stato lui, dopo aver letto “Giornata”, a segnalarmi agli amici del Ponte del Sale, edizione presso la quale sono poi usciti due dei miei libri.

Quanto fortunato in letteratura, tanto sfortunato nella vita Pierluigi. La sua esperienza forse può insegnarci il valore da dare alle poche cose che ci restano da custodire; ai pochi, pochissimi amici che non se ne vanno, alle poche, pochissime nostre parole capaci di dire l’essenza di noi, delle cose, degli altri, del mistero che ci circonda.

«C’è qualcosa di nefasto nella morte di un poeta. Colpisce sempre. Come se la nostra esistenza, tutte le esistenze, consapevoli della loro insufficienza, chiedessero a una voce sola l’autorizzazione ad esistere in una dimensione meno precaria. Per questo colpisce la morte di un poeta. Perché ogni poeta è la sua parola, non la sua biografia. Noi non commentiamo il volto, l’incidente umano. Noi abbiamo bisogno di confermare la certezza che quella morte abbia un senso nelle parole. Vorrei ribadire questa necessità della Poesia; non della voce, ma delle voci tutte, del canto di tutti i poeti. Esiste una Comunità, un Coro, nell’asprezza delle diversità. Tutto il resto è anagrafe. Nominarsi per nome, al di là delle divisioni, è esserci; percepirsi nella distanza degli incontri casuali. Spesso i poeti abitano le pagine, ma questo non è tutto il destino della Poesia. Abitare totalmente l’ombra è abitare il mondo tutto, anche la sua parte nascosta. A memoria ci siamo tutti, scriveva Milo De Angelis. E’ veramente così. Malgrado noi stessi. Onorando la morte di un poeta, noi onoriamo il senso delle nostre parole. Le carichiamo di una coscienza che pesa, senza possibilità di scampo. Scrivere è un peso, non un passatempo. E’ duro scontro con la pietra viva delle nostre ossa. Quando un poeta muore ci consegna il dono dell’incompletezza. Sta a noi proseguire da dove egli si è fermato». (tratto da “Radici delle isole, i libri in forma di racconto”, La Vita Felice 2009)

Sebastiano Aglieco

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