Con Pierluigi

Con Pierluigi

di Aldo Colonnello

Pierluigi Cappello è andato inniò all’alba del primo giorno di ottobre del 2017.
Gli amici del “Menocchio”, assieme con Anna De Simone, Elisa, Erica, Stefania, Cristina e Gianni Fassetta, lo accompagnano, anche con le parole che ci ha lasciato in “Questa libertà” (pp. 89-90):

Ognuno di noi ha il suo porto sepolto dentro di sé;
quando io sprofondo nel mio le prime parole che mi vengono in mente
sono quelle della mia infanzia sul colle e sono
la parola “ombra”,
la parola “pietra”,
la parola “muschio”,
la parola “nuvola”,
la parola “fatica”,
la parola “silenzio”.

Con le parole, pian piano affiorano i luoghi e i volti
e mi viene incontro mia madre,
che mi prende per mano e mi porta a cogliere i bucaneve
lungo le rive gelate del torrente a febbraio.
E allora, in quel momento,
mia madre, io, il candore dei bucaneve su letto di muschio
e l’acqua sulle pietre levigate,
siamo di nuovo uniti e rinnovati,
custoditi dal silenzio,
la parola che preferisco.

E anche se so che il silenzio si declina in molte forme,
quello che io amo è la cripta d’amore che custodisce e rinnova,
dove si scende piano piano,
con deferenza,
a piedi scalzi.

Andiamo insieme, Pierluigi, fischiettando e con passo leggero, a respirare i silenzi dei tuoi – e nostri – inniò

“inniò” . In nessun dove

(…) cun pîts lizêrs e sporcs
(…) con piedi leggeri e sporchi
come chei di chel che sivilant al va par strade
come quelli di chi fischiettando va per strada
ma tant che cjaminant su un fîl di lame fine
ma come camminando su un filo di lama sottile
e al indulà che tu i domandis,
e al dove vai che tu gli chiedi,
lui, ridint, a ti rispuint
lui, sorridendo, ti risponde
cence principi o pinsîr di fin:
senza inizio o pensiero di fine:
“Jo? Jo o voi discolç viers inniò”,
“Io? Io vado scalzo verso inniò”,
i siei vôi il celest, piturât di un bambin.
i suoi occhi il celeste, pitturato da un bambino.

Federico Tavan anche lui uno dei tanti amici di Pierluigi, dai suoi “inniò” ha scritto che:

Ai da stâ dentre ai tiô vuoe
par jôdeme

Devo stare nei tuoi occhi
per vedermi

Le parole di Pierluigi, sono per noi occhi che,
se li guardiamo in silenzio, in ascolto,
ci aiutano, ci invitano, ci costringono a vederci dentro
per imparare a “prendere a pugni il nulla.”

Una bambina di quarta elementare, nel 1987, partendo dalla parola “albero” ha scritto:

Chissà che cosa si dicono
i quattro alberi del mio giardino
che un venticello fa sussurrare?
Quali storie da boschi lontani
porta loro il vento?”

Ci porta – e ci porterà – anche le parole, gli occhi, la voce
e i silenzi di Pierluigi.
Nello stesso libretto, ciclostilato dalla Scuola elementare di Grizzo e dalla Biblioteca civica di Montereale nel 1987, e che conserva brevi poesie scritte dai bambini partendo dalla parola “albero”, leggo:

Davanti alla scuola
c’è un noce
tutto solo.
Dietro sono in cinque.
Ecco cos’è la solitudine.

Con le parole di Pierluigi non siamo, e non saremo, nella solitudine.
Dipende da noi.

Grazie, Pierluigi, per questi tuoi regali che custodiremo in una tasca del cuore.

“E vai,
vai leggero
dietro il vento
e il sole
e canta.

Canta il sogno del mondo:
che tutti i paesi
si contendano
d’averti generato”
(Turoldo)

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