Per Danni Antonello

Mi giunge la notizia della scomparsa di un altro giovane poeta, Danni Antonello. L’avevo conosciuto qualche anno fa, in occasione di una lettura. Mi aveva regalato una sua plaquette dal tono sociale assai alto e acceso “Italia”, che poi avevo recensito in “Radici delle isole”:

Ho conosciuto Danni Antonello, autore di Italia, monologo di parola, Istituto veneziano per la storia della resistenza 2005, nel corso di una lettura a Macerata. E mentre io cercavo un tono dimesso, naturale, per non dare enfasi alle parole e lasciarle viaggiare nell’aria sole e incustodite, egli sente il bisogno naturale di alzarsi, di utilizzare il microfono come un’arma, come una cassa di risonanza.

E non può che essere così. Siamo nella casa di una poesia epica, quella che, come dicevo all’inizio, è possibile ricondurre al grande mare del realismo; anche se non lo esaurisce completamente.

Ma è difficile l’epos! Le trappole del linguaggio dei vati sono sempre in agguato: i monumenti ai caduti, con madri che piangono i figli senza naturalezza; gli eroi che imbracciano fucili con la scintilla della violenza negli occhi. Forse, noi che abitiamo le città civili, che andiamo in vacanza, che abbiamo il problema della dieta e ci sentiamo sempre soli, inascoltati, forse noi non possiamo capire veramente le parole suonate con le trombe del giudizio universale. Noi, uomini dalle piccole orecchie, non sopportiamo il proclama e tutto quello che ci appare sopra le righe. La parola patria ci infastidisce e cantiamo l’inno di Mameli solo nelle partite della Nazionale.

Su questa paura dell’altro spesso ha attecchito una parola rinsecchita fino al nichilismo. Eppure, spesso, dobbiamo stare fuori, dobbiamo affermare duramente, a costo di prendere calci, che una poesia degnamente civile, ai nostri tempi, non può esistere, proprio perché assai poco di civile ci è rimasto. Si possono cantare gli umili, si può ancora, anzi, si deve provare la pietà, ma assai difficile è riconoscersi in qualcosa che ci faccia sentire abitatori della stessa casa.

Questo libretto di Danni Antonello è un poemetto sull’Italia che fu e sulla sua resistenza. «Figlio di contadini conosco la fame, maestro di ribelli e di bambini la poesia, e so, che la fame uccide/e la poesia deve insegnare/come uccidere la fame». Parole inattuali perché noi non sentiamo più la fame e alla poesia chiediamo, al massimo, il rigore delle parole, una qualche forma della Bellezza.

Maestra di ribelli e di bambini la poesia. Ecco; dai bambini si può ricominciare. Ai bambini si può insegnare il valore della libertà e del sacrificio attraverso la poesia. Peccato che abitiamo nella città della corruzione, nell’inganno delle parole alle quali, prestissimo, li abituiamo. Bisognerebbe condurli per mano verso le montagne, e armarli di parole taglienti come lame per difendere il mondo.

(in Radici delle isole, La Vita Felice)

*

Davide Nota così lo ricorda in un bell’articolo consultabile qui:

L’ULTIMA AVVENTURA DI DANNI ANTONELLO

 

 

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One Reply to “Per Danni Antonello”

  1. La fame e il riscatto dalla fame: non si tratta di retorica, ma di testimonianza. Dal dolore e dalla privazione può nascere qualcosa di autentico. Mi dispiace per questo giovane poeta che ci ha lasciati

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