Ancora un ricordo

Mi ero ripromessa di non piangere al funerale di Pierluigi Cappello. Di mettere da parte anche la tristezza per non averlo potuto salutare dopo che mi aveva annunciato l’ultimo male. Per non poter più ricevere ora le telefonate in cui, candidamente e molto lontano dal mondo che corre, fermava il tempo e mi diceva: ti leggo una poesia nuova che ho scritto. Di non essere triste, ancora, perché non c’è dubbio che qui siamo di fronte a qualcuno che ha fatto buon uso della vita. Nonostante tutto, anzi: accogliendo tutto e trasformandolo in bellezza, in dolcezza, in luce più intense ad ogni prova superata. Eppure nel piccolo cimitero di Chiusaforte, dove Pierluigi ha raggiunto la madre, in mezzo ad una folla paralizzata, in silenzio perché non c’erano parole, ho ceduto. È successo quando il fratello Stefano, unico rimasto della famiglia, ha portato vicino alla fossa carica di fiori, come una primavera che avesse voluto tornare nel primo autunno a salutarlo, i suoi due figli: gli amati nipoti di Pierluigi, per cui aveva scritto un libro di filastrocche e molte poesie, Chiara e Niccolò. Gli ha messo in mano l’aspersorio per la benedizione e con la stessa cura con cui avrebbe potuto insegnare loro ad andare in bicicletta, ha guidato le manine per far ricadere qualche goccia di acqua santa sul corpo amato, scomparso dentro alla bara di legno chiaro. C’è stato nell’aria un momento insieme straziante, di amore indescrivibile, ma anche di gioco e di futuro. Ecco, in quell’istante sono certa che lui era presente.
La prima volta che ho incontrato Pierluigi era invece il 1999, aveva appena vinto il Premio San Vito con la raccolta Il me donzel (Campanotto) ed ero andata a casa sua a Tricesimo con Ida Vallerugo, che spingeva per conoscere il ‘canaj’, come lo chiamava, già in aria di prodigio. Ricordo che mi stupì molto come lui fece immediatamente scomparire la carrozzina su cui era costretto dall’età di 16 anni, per l’incidente in moto che cambiò il corso della sua vita. Parlava con calma, voleva sapere tutto di noi. E parlava tanto di poesia, le sue le recitava a memoria ondeggiando il ritmo con la mano. Quanto a dire di sé, era un po’ come le sue prime liriche: formalmente perfetto. Usava termini scientifici, con cui ti guidava a gestire i suoi spostamenti, parole che non sfioravano mai quel che lui provasse. Gli ci volle un bel po’ di tempo prima di rimettere gli occhi interiori in quel giorno e raccontarlo nel libro di prose Questa libertà (Rizzoli). E ci era arrivato aprendo poco a poco i suoi versi alla libertà, alla verità. Al racconto fiero di un mondo semplice, quello dei suoi genitori e di Chiusaforte: “dove si invecchia ancora con i buchi senza i denti”, raccontava sorridendo un giorno in cui mi ci aveva accompagnato. Era poco dopo la scomparsa della madre nel 2012, e ci scommetterei che è da lì che la sua anima ha iniziato poco a poco i fare i bagagli, ad allontanarsi dal corpo. La sua ultima raccolta, Stato di quiete, profetizza proprio questo congedo.
Ma tutto ciò è successo dopo. Quello che invece è seguito a quel primo incontro a Tricesimo è stato l’inizio di anni straordinari per la poesia friulana, animati da un indomito Amedeo Giacomini e con Pierluigi stella nascente. Ci si incontrava, si discuteva, ma anche semplicemente si stava bene insieme, tra Meduno, dove era nata la collana “La barca di Babele” che raccoglieva tutte le voci del territorio; ai Colonos di Villacaccia, a Spilimbergo, dove Pierluigi veniva spesso per riposare. Anche dopo ne avremmo sempre parlato come degli anni più belli della nostra gioventù. Poi ognuno è andato con le scintille che aveva per la propria strada. E quella di Pierluigi sembrava avere sempre una proporzione inversa tra le prove a cui la vita continuava a sottoporre lui e i suoi cari e i riconoscimenti che raggiungeva: il Premio Montale, il Bagutta, il Viareggio, il film con Francesca Archibugi, per nominare i maggiori. E credo ci sia una ragione per questo: Pierluigi aveva dovuto imparare presto ad elaborare ogni dolore ritirandosi fino al centro di sé e da lì pescava direttamente alla sorgente dell’amore, della vita.
Ricordo una volta, eravamo entrambi con il cuore che faceva male e avevo steso la mia irrequietudine accanto alla sua calma: “Devi farti minerale”, mi aveva ammonito lui. Proprio così, lui sapeva raggomitolarsi attorno al centro vivo, dove nessuna lama poteva tagliare, fino a far diventare il corpo una cosa sciocca, appena una pelle posata sull’anima. E allora quando tutto taceva, da quel centro veniva a galla quasi da sé la luce, la poesia. Da questo suo compiersi naturale come il fiorire di un fiore, nasce la forza dei suoi versi. Ed è per non aver cercato nulla che gli è arrivato tutto.

A sempre, Pierluigi

Giulia Calligaro
(un’amica)

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