Luigi Bressan: Pierluigi e l’allegria dei vinti

La conoscenza con Pierluigi risale circa alla metà degli anni novanta, dopo una serata in cui l’avevo sentito leggere i suoi versi. Per gran parte di questo tempo l’ho frequentato spesso sia nella sua casa di famiglia sia nel suo rifugio di legno, i primi anni con assiduità, non di rado per interi pomeriggi. Era contento quando aveva una poesia nuova da leggermi, io insistevo per conscere anche i versi in cantiere. La sua era fin dall’inizio poesia alta, il suo stile trasparente, sicuro.

Osservavo come lavorava: di solito la prima stesura del testo subiva delle correzioni fino al momento di essere ricopiata in bella su un secondo foglio; dopo altre correzioni l’autore ricorreva a un terzo foglio, e così fino al definitivo.

Una volta mi venne l’idea di paragonare questo lavoro di sovrapposizioni alla costruzione di mattoni a mano, la misi per iscritto. Pierluigi m’incoraggiava a continuare il discorso abbozzato sulla sua poesia, ma lasciai perdere: ero troppo a contatto con quello che stava scrivendo lui, che ascoltavo di giorno in giorno e mi pareva così bello da dover essere preservato da altre parole, per la sola lettura.

In maniera analoga, scrivere di Pierluigi adesso, a pochi giorni dalla sua morte, è per me molto difficile. Persiste una folla di momenti che si susseguono, si alternano, si accavallano con troppa evidenza per poterli allontanare, per descrivere uno spazio all’essere oltre le circostanze, per quanto cariche di significati non banali. Tenterò, tuttavia, di rendere omaggio alla parola, accostandomi a una singola poesia, nella quale le circostanze sembrano pur avere il loro peso. Per me possono addirittura includere una certa comune esperienza d’ambiente. Mi riferisco a Parole povere che fa parte dell’opera Mandate a dire all’imperatore, 2010, un testo ormai notissimo, certamente uno dei più riprodotti. Vi si dice di persone, verosimilmente del proprio paese, portate alla luce come da un flash, secondo la figura dell’enumerazione: uno, una, uno… Ma sono immagini in movimento, di un essere e di un fare, di un’intenzione, pur legata al contingente, che condensa storie insieme comuni e personali. L’elenco si chiuderebbe con

Uno mi dice a questo punto bisogna mettere

la parola amen

perché questa sarebbe una preghiera, come l’hai fatta tu.

Una preghiera conclusa, dunque, con la formula che significa verità, fede in essa. Per questo il poeta prosegue:

E io dico che mi piace la parola amen

perché sa di preghiera e di pioggia dentro la terra

e di pietà dentro il silenzio

La verità non può essere negata (né lo possono essere la fede e pietà) oltre le parole. Ma fermarsi qui significherebbe interpretarla come puro credo, come qualcosa di definitivo, di fermo (le si addirebbe l’attributo stereotipato incrollabile). La semantica del termine, però, include un significato di durata, di resistenza, di testimonianza, come la vivono qugli anonimi personaggi. Ed è in quest’ottica che il poeta ritorna sulla parola appena accettata, per respingerla:

ma io non la metterei la parola amen

perché non ho nessuna pietà di voi

perché ho soltanto i miei occhi nei vostri

e l’allegria dei vinti e una tristezza grande.

Non si dice, dunque, di una pietà che allontana nella contemplazione, di una compassione che serve a chi la pratica, ma di occhi negli occhi, per essere tutt’uno con l’altro, per vedere e provare le stesse cose, spartire la sorte del vinto, l’allegria del resistere insieme con una tristezza grande. E questo attributo “grande”, parola povera e insostituibile, è in posizione oggettiva, non è limitato al sentire soggettivo, ma attraversa il mondo come un torto subito e mai preso in considerazione dalla giustizia, proprio come una pioggia dentro la terra.

Se si ritorna con quest’ottica a guardare gli uno, una dell’enumerazione, si può constatare che essi hanno perso ogni carattere di circostanza e, nel loro durevole operare, nel loro ripetere senza voce, nella loro coralità, sono diventati esemplari.

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One Reply to “Luigi Bressan: Pierluigi e l’allegria dei vinti”

  1. Mi dispiace ma non sono all’altezza di fare commenti comunque ho amato e letto molto di P.L e tengo sempre nei paraggi poesie e scritti come fonte di riflessioni ; ho un dispiacere di non essere stata capace di trovare un indirizzo per inviargli un mio piccolo colorato acquerello con un commento e forse anche se troppo tardi lo vorrei mandare lo stesso e chissà che non sia fortunata! GRAZIE – florida

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