Due ricordi

Un ricordo
di Loredana Bogliun

Avevo conosciuto Pierluigi da giovane, in Friuli. Ero partita dalle immense solitudini della terra istriana per arrivare in quei luoghi montani quasi lontani, accoglienti e pieni di saggezza antica. Pierluigi inchiodato su una sedia a rotelle esprimeva tutto questo. Non l’ho più rivisto e non l’ho mai dimenticato.
Un omaggio poetico all’amico di sempre.

 

Al trapasso

Sto moto ch’a ghe nunsia a la noto
l’afan de oun altro trapasso
∫i cumo quil ch’a ne spita ananti
co la cal se ∫larga in tal rispeiro li∫iero

de sto scour ch’a nuialtri videin
a se capeisso sulo la fursa d’al bandono

Il trapasso Questo movimento che annuncia alla notte / l’affanno di un altro trapasso / è come quello che ci attende avanti / quando la strada si allarga nel respiro leggero // di questo buio che noi vediamo / si capisce solo la forza dell’abbandono
(In Graspi/Grappoli, EDIT 2013)

 

*

 

Stato di prossimità
Un ricordo di Pierluigi Cappello

di Matteo Vercesi

Ho conosciuto Pierluigi Cappello di persona in un’unica occasione, a Padova, all’inizio di quest’anno. Più precisamente in un giorno di fine gennaio, in ospedale, grazie alla sensibilità degli amici comuni Maurizio Casagrande e Marco Munaro, che mi invitarono a fargli visita per esprimergli vicinanza.
In precedenza avevo parlato con lui esclusivamente al telefono. Lo avevo chiamato per chiedergli un contributo su Amedeo Giacomini, in vista dell’allestimento di un numero monografico sul poeta friulano morto nel 2006, nel tentativo di recuperare dalle ceneri di «Diverse lingue» – la rivista da lui diretta – una rinnovata spinta, per riproporre al centro del dibattito il rapporto fra la letteratura, i dialetti e le lingue minori. Spinta che mi ha condotto alla fondazione della rivista «In Aspre Rime», pubblicata dall’editore Campanotto di Udine (che nel ’94 pubblicò Le nebbie di Pierluigi), e il cui primo numero vede la luce proprio in questi giorni, in una triste coincidenza che rinsalda il legame tra Varmo, paese natio di Giacomini, e Gemona-Chiusaforte.
Al telefono fu gentilissimo; con la sua voce sicura ma delicata, venata di una solare dolcezza incline all’ironia, mi disse che avrebbe fatto il possibile per scrivere qualcosa, perché nutriva un debito di riconoscenza nei confronti di Amedeo (proprio «Diverse lingue» aveva ospitato alcune prove poetiche di Pierluigi, e i due furono legati da profondo affetto). Dalla nostra conversazione passò poi molto tempo, un tempo di silenzio e di attese; non volli insistere né ricordargli la scadenza, per il timore di disturbarlo.
Ma un giorno mi giunsero quasi inaspettate le sue parole, impresse su un foglio elettronico che mi girò via mail Maurizio:

Febbraio
(ad Amedeo Giacomini)

Ogni ramo accompagna la sua luce
ciascuno spoglio, ciascuno accolto, raccoglie l’aria
intorno al suo nero, ne spreme la parola
e fa del cielo di febbraio un respirare
dentro e fuori i tuoi polmoni.
Da me a me, come sono lontane quelle montagne
come tacciono, trasparenti in questo invaso di pace
se si sta fermi, se si sta còlti e appena concessi alla meraviglia,
qui, nell’aldilà di un attimo, deposti nel suo palmo delicato,
il tempo è un ospite che ha fretta,
la mano sulla maniglia, il piede sulla soglia,
apre e chiude le labbra prima di parlare, senza che tu sappia
se si trattiene, se mette il piede più in là, se supera l’indugio;
fermalo, allora, se puoi; e fermati,
fermane l’istante inespugnabile
il mozzicone gettato fra i sassi, la sua ultima scintilla
che si libera, va via, oltre le sue gambe.
E una volta vivo, e un’altra volta ignoto,
di te riconoscere la faccia che ti ha voltato le spalle
nel fiume, nello scorrere che va sulla tua storia,
così, com’è ora, com’è già stata un giorno.

Tra le pieghe dei versi, in una mescidanza di luce e stupore, dove dilaga inconoscibile il tempo, nel mozzicone elevato ad emblema, mi parve di leggere, fulmineo, il profilo di Medeo, per come lo avevo letto e per come me lo avevano raccontato, ma scorto da una terra di congedo, dove il ciclico ripetersi di vita e morte e l’assoggettamento alle infinite metamorfosi dell’umano, trovano, anche se per un istante soltanto, il loro approdo di immota perfezione. La poesia venne poi pubblicata in Stato di quiete. Poesie 2010-2016, priva però della dedica (un’espunzione non originata dalla sua volontà, ci disse Pierluigi a Padova, derivata probabilmente da interventi conseguenti al processo redazionale), in anticipo rispetto all’uscita di «In Aspre Rime».
Entrando nella stanza d’ospedale in quel pomeriggio d’inverno che ricordo a tratti afoso, come in un anticipo di primavera incurvata all’egida del Po, volli esprimergli gratitudine per un testo che continuo a giudicare bellissimo e che mi è particolarmente caro, forse perché vi avverto il segno del passaggio di un’eredità nascosta tra i due poeti, un “dialogare con l’ombra” del Friuli straziato di Medeo (un dolore che poi si distilla nella natura e si pacifica, in Pierluigi).
Fui colpito dal suo sorriso spontaneo, dalla stretta di mano decisa, dall’eleganza del portamento e dal fatto che, nonostante il corpo fosse gravato da vecchie e rinnovate sofferenze (si era sottoposto ad un lungo e delicato intervento chirurgico), il suo volto apparisse ai miei occhi inaspettatamente sereno e proteso all’ascolto. Parlammo un po’, e si illuminò letteralmente quando seppe che aspettavo il mio primo figlio (Damiano A. sarebbe nato nel mese di giugno); gli sguardi si legarono e il suo volto fu per me un buon auspicio, in quello stato di sospesa prossimità che ci conduce alla nascita.
Salutandoci, ci ripromettemmo nuovi incontri in Friuli tra l’estate e l’autunno, che mai avvennero.

***

Ho saputo della sua morte domenica primo ottobre, mentre mi trovavo a Parigi, di pomeriggio. Stavo osservando i passanti dal tavolo, dopo la pioggia, unico avventore di una creperia gestita da un bretone. Di quel momento, ricordo che gli occhi si sono fissati sul bicchiere di birra vuoto.
Ho poi pensato che ha saputo dar voce a quel fondo incorruttibile che risiede in certi nostri sogni d’infanzia, «quando il bambino era bambino» e «non aveva opinioni su nulla», come recita Elogio dell’infanzia di Peter Handke. Parole che fioriscono da un umile impasto di gesti semplici abbandonati ad un mistero che ci è concesso accettare e non decifrare; gli unici che davvero restino nella memoria della nostra fragile storia.

 

 

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3 Comments

  1. Grazie, caro Sebastiano, per questi ricordi che giungono come carezze, come mani che intrecciano mani, a tenerci vicino il dolore e a lasciarlo parlare, senza averne paura, con la grazia della semplicità che questo caro Poeta ci ha insegnato.
    Patrizia Sardisco

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  2. Anche io ti ringrazio Sebastiano per questi ricordi di un autentico Poeta che io ho il rammarico di non avere mai incontrato non avere mai conosciuto. Filippo Ravizza

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  3. grazie, non mi pare affatto morto il poeta, o forse lo rifiuto: senza dubbio è nel suo azzurro elementare.

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