Mario Turello: un ricordo

Ho conosciuto Pierluigi Cappello ventitré anni fa, quando mi fu chiesto da Maria Tore Barbina di presentare Le nebbie, una piccola silloge di un poeta esordiente. Prima ancora di averla letta, accettai con l’idea di dover comunque usare una attenzione gentile ad un giovane sfortunato – né sapevo quanto e perché. E invece fui io, da quel momento e poi sempre più, a ricevere da lui il dono immenso della sua poesia e della sua amicizia. Scorsi in quei sonetti, in quelle terzine e quartine l’approdo a una padronanza degli strumenti del fare poetico – le forme chiuse, i metri e le rime, le figure retoriche – frutto di un apprendistato paziente, amoroso, intelligente attraverso la frequentazione amplissima della grande letteratura. (E che appassionato, che sensibile lettore è stato Pierluigi, fino dagli anni di scuola!). Si commosse, Pierluigi, a vedere la mia copia delle sue poesie tutta segnata e chiosata; ci capimmo subito: era sua come mia la convinzione che la poesia si nutre di poesia, e non di improbabile “ispirazione”: l’arte presuppone l’artigianato.

Anch’io, come altri, mi trovai a riflettere sulle analogie fra la sua condizione e la sua scrittura: costretto alla carrozzella, si costringeva alle regole più esigenti, alle gabbie delle convenzioni più rigide del poiein. Avrebbe citato più tardi Quasimodo: «Con fatica e con sangue / mi faccio una prigione», ma a quel tempo non accettava considerazioni di questa natura: sapeva che, come si espresse e dimostrò Italo Calvino, la struttura è libertà. Delle strutture poi si sarebbe liberato, attraverso un esercizio sempre più sicuro, ma non meno severo, del poetare. E avrebbe infine elaborato – narrando – anche la sua inabilità: ed eccole pagine sublimi di Questa libertà. Dopo Le nebbie vennero raccolte più mature, e nuove sperimentazioni, anche in friulano (Amôrs, Il me donzel) fino alle forme apparentemente più facili dei versi sciolti.

Realizzando così quanto già aveva teorizzato nel bellissimo saggio (tutti i suoi saggi sono altrettanto straordinari delle sue liriche) La mela di Newton, in cui si paragonava a un monaco, dedito nella propria cella all’esercizio penitenziale della scrittura. Ne cito la conclusione: «Se esiste un Eden, come mi ha suggerito un amico, un giardino dove la perfezione è ordinaria, ogni poesia perfetta che sia stata scritta in questo mondo è un petalo di quell’Eden, un momento nel quale realizzare la propria intuizione, è in quei momenti che io sono libero, quando le parole sciamano dai fogli e io mi riconosco in esse, libero nel mio carcere – quattro pareti, due finestre davanti, scansie con i libri alle spalle – come un’ape ronzante.»

La perfezione: questo esigeva da sé – ma non solo per sé – Pierluigi: potrei raccontare di come pesasse ogni parola, e distillasse ogni verso, e cesellasse ogni poesia, a lungo, a lungo, fino a realizzare «la propria intuizione» (ben altra cosa dall’ “ispirazione”): e allora era gioia da condividere con gli amici. Non dimenticherò mai le sue letture al telefono, il suo ridacchiare di soddisfazione anch’essa perfetta.

Quanto all’evoluzione formale cui accennavo (non posso fare altro che accennare; sto facendo proprio quello che Pierluigi mai avrebbe fatto: scrivo in ristrettezza di tempo e di spazio), un’altra metafora amava Pierluigi, quella delle discipline zen, che esigono esercizio ed esercizio ed esercizio fino a quando il gesto, l’abilità, la tecnica appresi diventano natura, immediatezza. Questo è vero per ogni suo verso come per l’insieme del suo canzoniere: scarno, naturalmente – e a me piaceva ricordare a Pierluigi che Thomas Tranströmer, premio Nobel, non ha scritto più di centocinquanta poesie. Ma quando avevo il privilegio di presentare la sua poesia, o di accompagnarlo nelle sue incantevoli letture (non conosco poeta o scrittore che meglio di lui sappia leggere i propri testi), io preferivo un altro paragone, servendomi di una poesia di un altro Nobel a lui caro, Seamus Heaney. Essa si ispira a una leggenda irlandese, riguardante san Kevin, monaco a Glendalough. Eccola:

E poi c’era il santo Kevin e il merlo. / Il santo lì in ginocchio, a braccia tese dentro / La sua cella, ma stretta la cella, e allora lui // Resta con un palmo voltato all’insù fuori dalla / Finestra, rigido come una trave, quand’ecco un merlo / Vi si posa, depone le uova, si mette a covare. // Kevin sente il tepore delle uova, il pettuccio, la testa / Graziosa tutta raccolta e le unghie e, trovandosi / A essere una maglia nella rete dell’eterna vita, / E’ mosso a tenerezza: ora deve tener tesa la mano / Come un ramo alla pioggia e al sole per settimane / Finché i piccoli escon dal guscio e pennuti volan via.

Così, mi piaceva e mi piace dire, Pierluigi covava le sue poesie, con lunga paziente tenerezza, fino alla schiusa. (E così, aggiungo ora, i sentimenti, gli affetti, le esperienze, le amicizie, i dolori, la sua e l’altrui umanità). L’ho ripetuto tante volte, da temere che Pierluigi ne fosse annoiato. E invece, in questi ultimi tempi di sofferenza, quando ha sentito di dover scrivere della sua malattia, mi ha chiesto di fargli avere proprio questo testo (oltre ai Canti ultimi di Turoldo), e su di esso ha tessuto variazioni toccanti – avremo, spero, la fortuna di leggerle. Ma la poesia di Heaney fa parte di un dittico, e Dittico s’intitola una raccolta (di liriche in italiano e in friulano; fra queste ultima Rondeau, pura musica) di Pierluigi. E mi è sembrato tempo di dirgli – con lui ora si poteva farlo – che alle sue condizioni – e a tutta la sua storia, costellata di dolori d’ogni natura – si attagliava anche la seconda poesia di Heaney: Ma poiché in ogni caso è tutto immaginato, / Immagina di essere tu Kevin. Come si sente: / Dimentico di sé o in supplizio costante // Dal collo in giù fino al dolente avambraccio? / Indolenzite le dita? Sente ancora le ginocchia? / O già sente il vuoto cieco di sotterra // Entrargli nel corpo? Vede distante col pensiero? / Solo e ben rispecchiato nel fondo fiume dell’amore, / “Penare e premio non attendere”, così prega, // Una preghiera che il suo corpo fa da solo, / perché lui s’è scordato di sé, ha scordato l’uccello, / E in riva al fiume ha scordato il nome del fiume.

Pierluigi mi rimproverava di aver scritto troppo poco della sua antologia-capolavoro, Assetto di volo; io gli rispondevo, ed ero sincero, che avrei fatto di più solo quando me ne sentissi all’altezza. Manterrò la promessa? Anche qui sto dicendo troppo poco di lui, ma confido che avrà lettori sensibili e intelligenti. E ri-lettori, poiché la morte, come dà senso compiuto alla sua vita, così dà senso compiuto alla sua poesia – e penso soprattutto alla pietas verso i suoi cari, che ora siamo noi a dovergli.

Sulle pagine che le maggiori testate giornalistiche già dedicano a Pierluigi mentre sto scrivendo queste poche cose, vedo che si cita la poesia Inniò, dove la morte è un andare verso “nessun luogo”. Pensando a quanto ha confidato ad alcuni di noi suoi amici a proposito delle sue notti, io preferisco ricordare questa:

QUALCOSA NEL BUIO L’altra notte ho messo la faccia nel buio /non c’era che la mia faccia non c’era niente / non si muoveva un solo rumore né una sola evidenza / animava al soprassalto, neanche il sospetto / di un’assenza concentrata in ombra / c’era solo la pressione del nero sugli occhi / con quella della nuca sul cuscino / e tutto attorno, qualcosa tutto attorno / conteneva quell’oscurità e me.

E mi sia consentito – tra i tanti – ancora un ricordo personale. Mi sono a volte vantato, scherzando con Pierluigi, di essere suo coautore: una parola infatti, una sola, gliel’ho suggerita/rivelata io. Ospite del Ventaglio delle Muse, Pierluigi presentò Il settimo cielo, una raccolta ancora inedita. Per l’occasione io volli confezionare in casa, alla meno peggio, un fascicoletto da distribuire al pubblico, e per farlo dovetti trascrivere i testi al computer. E capitò che facessi un errore: al posto di “ordinati giardini” scrissi “ostinati giardini“. Me ne scusai con Pierluigi, ma lui disse che quella degli “ostinati giardini” era un’immagine molto migliore, e la fece sua. Ora, ripensandoci, trovo che non solo esprima bene la sua idea di poesia (e mi accorgo ora che nella Mela di Newton parla dell'”ostinazione cinese” dei poeti), ma anche di ciò che la poesia in generale rappresenta, o dovrebbe rappresentare, oggi più che mai, a fronte di un mondo sempre più arreso e incolto: e ricordo infine la rivendicazione della poesia come atto resistenziale che Pierluigi compie in Mandate a dire all’imperatore.

(Mario Turello)

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