Giovanni Ibello: Ma guarda, figlio mio …

Giovanni Ibello, TURBATIVE SIDERALI, Terra d’ulivi 2016



Immaginiamo di assumere come termine di paragone questo testo a pagina 20:

Quando tutto sarà finito
sarà il sonno a irrigidire gli occhi
ma prima della fine
c’è una retrospettiva lenta dell’infanzia
una campionatura degli amori.
Poi il respiro si risolve
in un orgasmo neuronale,
è come un’implosione
di pianeti nella mente
una turbativa siderale
del corpo che ritorna seme.

Il riavvolgimento della moviola, il corpo che ritorna seme, ricordano naturalmente il di Milo De angelis di T.S.: “mentre la donna sul prato partorisce / sempre più lentamente, / finché il figlio ritorna nella fecondazione / e prima ancora, nel bacio e nel chiarore / di una camera, il grande specchio, / il desiderio che nasce, il gesto.”

Il testo ha anche la funzione di delimitare lo spazio tra una poesia di assoluta separazione e una poesia che, malgrado un’eventuale sconfitta finale, è interessata alla campionatura degli “ormai” alla visione del film della vita fino alla sua conclusione.

Quest’opera prima, quindi, è costruita intorno allo scoppio di immagini dopo ogni fine, scoppio che, in prospettiva potremmo chiamare “un’esplosione di pianeti nella mente”. Ogni amore, in fondo, è come l’inizio, il sogno, il rito della ripetizione, lo sbocciare del fiore. L’evento virgineo, prima dello scadere dei colori, si ripete nel libro in forma di segno, promessa di nuove parole.

L’inizio è, soprattutto, nudità, un cromatismo innocente esibito nell’evento; una congiunzione che coincide con la perdita. Il seme rimane sempre solo nell’invocazione del “Lasciami andare”, nello sforzo di capire che cosa significa lasciarsi andare.

I versi più belli sono forse quelli in cui leggiamo di un’adolescenza appena uscita dall’infanzia. In queste immagini, per esempio, “tirare su col naso”, “reinventare la bocca”, sentiamo una sprovvedutezza, una saggezza che non arriva – è guai se arrivasse totalmente, quando scriviamo poesia! –

Leggiamo, insomma, di un vitalismo che si arrampica, come deve essere, sui muri di una ricerca formale ma che a volte l’abbandona, ripercorrendo direttamente i sentieri dell’esperienza e tornando indietro, molto indietro, nel primo ordine delle cose; intuendo che scrivere – o forse parlare – è pericoloso: “Se non vuoi arrivare alla lacerazione / non dire una parola / che sia una”.

Nella terza parte del libro l’autore ci propone un atteggiamento più distaccato: uno sguardo osserva delle scene e le propone in versi quasi autonomi: il volo disperato dei gabbiani, la guerra, la fatica di restare / in piedi al buio, il freddo che s’inarca nelle reni, la scena notturna di due uomini chiusi in una vecchia macchina che fumano, i pannelli di eternit / sgretolati da una folgore, la solitudine degli uomini, i vapori petroliferi che stordiscono le ultime falene, l’immagine di Maradona sospesa sul muro di cemento.

Si chiama, questa sessione, Scena madre e Ibello la conclude con la riflessione di un padre che insegna al figlio. Siamo, quindi, ancora una volta, al riavvolgimento del nastro, alla riflessione che apre il libro: “La nudità è dei corpi, il resto è mistificazione”.

Auguri a Giovanni Ibello di nutrire sempre la sua parola e la sua​ vita​ di questa nudità.

Sebastiano Aglieco

 

TESTI

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