Riccardo Duranti: qualche appunto

Riccardo Duranti, MEDITAMONDO, coazinzolapress 2013

Il libro raccoglie testi poetici scritti dal 1988 al 2012, ed è interessante, leggendo queste prove così ampiamente dislocate nel tempo, riflettere sulla storia dei libri “ufficiali” pubblicati a partire dagli anni ottanta, e di libri, come questo, cresciuti secondo direttive più indipendenti.
Una riflessione in parallelo dimostra la presenza di percorsi e poetiche nutriti da altre fonti; è così possibile percepire una libertà di scrittura che i testi influenzati da poetiche più ufficiali non hanno. Spesso, piuttosto, sono proprio questi testi “influenzati” ad apparire vecchi.
Salta subito all’occhio, nel caso di Riccardo Duranti, un’esigenza di comunicabilità, tema venuto in auge negli anni novanta come reazione alle poetiche legate a un deragliamento semantico praticato anche come moda. Diversamente, mi sembra di capire, che Duranti sia interessato a una libertà d’azione, ad una eterogeneità culturale di vasto raggio.
Un modello, ad esempio – ma anche per evidenti motivi professionali, Riccardo Duranti è il traduttore “ufficiale” di Raymnd Carver in Italia – è rappresentato dall’algida e geometrica prosa poetica dello scrittore americano, modello assai digerito ed emergente come boa segnaletica soltanto in pochissimi esempi.
Indico solo un’ipotesi di lavoro per avvicinarsi a un’opera eterogenea eppure tenuta insieme da ricorrenze tematiche stringenti: la natura in primo luogo, una suggestione che si presenta come campionario culturale: “Spiegare il mondo a segmenti / è come non spiegarlo affatto”, (De Rerum Natura, p. 36); quadri barocchi di natura morta o di pitture en plain air in cui gli oggetti vibrano in un contesto vivificato dall’esperienza del fare: “I falò di frasche impiumano / la valle e i pendii dei colli”, p. 37.
Non è una natura contemplata a distanza ma mediata dall’intervento umano: “Smerosillando / s’impara la cura impossibile e paziente / del dettaglio”, p. 39.
Poesia si configura, allora, come “fare”, fare della parola lo strumento per dipingere, scalfire, ferirsi nelle cose, sempre nello sfondo di un paesaggio delineato da un orizzonte, da una campana che rintocca le ore della sera.
Un altro motivo, poi, sottolinea lo stridio delle città, la perdita di una spiritualità pagana e naturale, confinata ai margini: “Quella sottile tristezza della gente / che tra la folla esala l’ombra / del proprio spirito”, p.43. Leggiamo, così, in un contesto di preghiere e suppliche, strumenti di un essere dentro il desiderio di vicinanza con gli altri destini.
Da qui la tensione etica, monitorabile osservando la ricorrenza di parole significative: avidità, indifferenza, città avvelenata… “ogni volta che fumi ammazzi una poesia”, p. 103.
L’altro ampio repertorio riguarda una reverie a doppio taglio in funzione di elzeviro filosofico ad occhi aperti; una personale riflessione sulla natura dei sogni.
L’intrusione di questo tema nel contesto reale, sembra mettere in atto un fenomeno di smascheramento dei meccanismi della lingua, il luogo di massimo sospetto e dispetto del senso.
La poesia di Riccardo Duranti, a strappi, si mette nel rischio delle prove di volo, l’anima tomistica si stacca, provando il difficile vestito della leggerezza:

Quasi sempre appena fuori
dai nostri infidi sguardi
si svolge in picchiate e scatti
la veloce vita degli uccelli.

Nessuna speranza di farne parte
per noi implumi dalle ossa pesanti
e la zavorra impalpabile del pensiero
che c’impedisce il trillo e il volo.
p. 75

Impossibile utopia, certo, sottolineata ancora da un irrompere della pesantezza:
1
Lassù il posto dove un’Aquila
nidificherebbe
non fosse
per le sentinelle
che trascinano moschetti
e rompono bottiglie
di notte

2
Questo il posto dove la Mente
arrugginirebbe
non fosse
per il fuoco
che cova dentro di rabbia
proiettando ombre vive
sulle pietre

p. 79

L’anima affiora anche dalle sostanze più pesanti in forma di rinuncia e di invocazione:

Sassi

Invece di schernire il mio lutto
augurandomi un’errata,
e perciò impossibile,
felicità
impugna piuttosto un mazzuolo e picchialo
sul fragile mio cuore azzurro in mano tua,
che l’amore a senso unico ha graffiato e disseccato,
e gettane i frantumi
nello sterile giardino di pietra
che stai coltivando con zelo
nella tua cella, attorno alla tua tomba…

Col tempo, la pressione necessaria,
abbastanza ricordi a prova di dolore
e, da questa parte,
la fede nel calore che cova costante
sotto le ceneri amare,
potrai ancora svegliarti un giorno
con una sorprendente
gemma viva di gioia
tra le mani …

p. 147

Sebastiano Aglieco

 

http://www.coazinzolapress.it/

 

 

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