Annamaria Ferramosca: grido sono ancora

Annamaria Ferramosca, TRITTICI, Il segno e la parola, Dot.com Press 2016

Leggendo queste poesie di Annamaria a commento – ma il termine è chiaramente inappropriato – dei lavori pittorici di Amedeo Modigliani, Frida Kahlo, Cristina Bove e Antonio Laglia, mi viene subito da dire che ogni catalogo d’arte dovrebbe contenere commenti di questo genere.
Lo sguardo critico, com’è logico, non coincide necessariamente con quello poetico ma è vero però che lo sguardo poetico è, per sua natura, doppio, in quanto la poesia esercita un giudizio in forma di parole/immagini conducendo la pittura sulla strada di un processo di apertura di senso e nello stesso tempo stringendola alle sue motivazioni più intime.
Basta leggere il testo di apertura dedicato a Elvira che riposa a un tavolo, di Amedeo Modigliani. Una descrizione superficiale e oggettiva avrebbe pressappoco un tono così: una donna vestita di nero, il viso appoggiato sulla mano sinistra, il cui gomito è retto dal bracciolo di una poltrona. Piccoli occhi verdi, capo leggermente reclinato e malinconico.
Questo, invece, il testo di Annamaria che riporto per intero:

in magnetico ascolto del mio colore
stai traducendo questa rassegnazione
ti parlo in silenzio azzurro senza pupille

mi piega una stanchezza del mondo
senza fine né origine
e ipnotico tu mi persuadi
che l’uomo è un mondo e a volte
vale interi mondi

così mi pensi al mondo slungata in
dolcesagerata distanza del
capo dal busto
nella tua stanza che dilata d’assenza
avec de l’absinthe vuoi distrarmi
dal biancore d’infanzia
mettendo altra distanza tra la fronte
e il grembo tuo assillo
tuo fuocomistero
vedi come lo difendo con
mano di sentinella

là non puoi raggiungermi

Si possono apprezzare due cose, come è evidente: da una parte l’assoluta precisione della descrizione, come il tratto di un pennello che non divaga e tuttavia divaga moltissimo, nel senso che estranea la figura dal suo contesto catapultandola verso le ragnatele dei sensi/segni del mondo in cui ciascuno di noi, in modo diverso, rimane intrappolato. Proviamo sempre un sentimento di indefinita identificazione di fronte a un quadro, una sorta di spaesamento prima di trovare un nostro modo di percorrerlo, di ritrovarlo.
E allora la seconda cosa: la parola ha un suo suadere, un suo modo di accompagnare il canto. Probabilmente esiste tra pittura e parola poetica lo stesso rapporto che esiste tra musica e poesia: un testo poetico autonomo messo in musica; due mondi che s’ incontrano e pur rimanendo diversi, dialogano.
Si legga, poi, come lo strumentario poetico attivi in questo contesto, soprattutto, alcune zone più sensibili dello sguardo: l’evidente malinconica freddezza dei ritratti di Modigliani lascia intuire in trasparenza, tutto l’altrove/ardore degli oggetti d’arte.
E’ una situazione dello sguardo che finisce per portarci verso la strada breve della casa che abitiamo. In questo guardare, alla fine ci guardiamo, ci rispecchiamo.
Questo salto di consapevolezza avviene osservando vari passaggi di narrazione all’interno del testo, impegnati a misurare il salto dall’io all’altro, come una tenzone. Per esempio: l’io monologante di Frida Kalo; il “lei” del testo dedicato a un quadro di Cristina Bove, riferito a una bimba che vola sullo sfondo di un cielo plumbeo; l’impersonalità di “una donna / in cammino sul pianeta sfigurato”, o quello, ancora più impressionante, di un misterioso paesaggio notturno.
Ancora un impersonale “si offriranno” che scivola, all’interno dello stesso testo, in “ma a noi non importa il sussulto (…) noi amiche“; fino agli ultimi due bellissimi testi dedicati a ritratti di donne sole nel suggestivo iperrealismo di Antonio Laglia in cui l’io è finalmente diretto, e leggendo ci si chiede chi è la donna che sta parlando: quella del quadro? Un’altra donna? Tutte le donne?
Già. Annamaria Ferramosca sceglie le donne e basta, perché l’unico maschio è “questo uomo grosso nato infido” rappresentato come un bambino divino sul grembo della madre/amante che ha i segni di una madonna.
Si potrebbe dire, allora, poesia del femminile, non al femminile, fatta di donne sperdute e potenti, portatrici di una spiritualità arcana, di uno spaesamento che è dei nostri tempi.
Ecco che l’io di Annamaria abita questi quadri con cui si identifica e che attraversa per poi fermarsi a un sostanziale rigore di sguardo, a una maturità stilistica ed esistenziale.
Sebastiano Aglieco

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