Cinzia Marulli: in quel dolore che c’è…

Cinzia Marulli, LA CASA DELLE FATE, La Vita Felilce 2017

“E’ un libro crudo e duro, tristemente angoscioso ma nel quale sono presenti anche delicate tenerezze”, annota Marco Antonio Campos nella postfazione.
Questa casa delle fate – espressione che costituisce una bella metafora a indicare qualcosa che si assottiglia, che diventa eterea – è la Casa di Cura, e le Fate sono chiaramente le sue inquiline.
Una di queste fate è la Madre, il libro si situa, quindi, in un vasto campionario di poesia della perdita, di cui un esempio recentissimo è costituito da “Issne”, (Andarsene), di Nadia Mogini.
Si tratta di un tema radicale, la cui ampiezza è tale da permettere il confronto di un’intera letteratura, studiando ricorrenze e discrepanze.
Questa citata “crudezza”, unitamente alle “delicate tenerezze”, costituiscono, appunto, le ricorrenze del tema, rintracciabili in moltissimi libri letti in questi anni. Ne è un esempio il già citato “Issne”, strutturato secondo i capitoli: Il prima, L’inizio, Il mentre, Il dopo; e così in questa prova di Cinzia Marulli: L’entrata, L’uscita, Il dopo…
Non si tratta di descrivere solo le tappe della scomparsa, ma i debiti e le durezze di un’intera vita, in un confronto serrato con l’imprinting – culturale e affettivo – fenomeno naturale che tuttavia noi umani siamo in grado di mettere in discussione con i nostro comportamenti e le nostre contraddizioni.
Un’altra ricorrenza è, appunto, il diario, la successione degli eventi, che segnano momenti stilistici condizionati dal tema, lo avvertiamo soprattutto nella sezione finale, sintesi dell’esperienza attraverso la consolazione della memoria, la sistemazione ordinata di tutti i tasselli.
Suggestivi appaiono, inoltre, molti ritratti di fate, per esempio questo:

Bella la fata, come una bambola
col vestito azzurro a fiori e la pelle finta di cera

e davanti alla Signora Morte mi fa l’occhietto e dice:
«Voglio un costume rosso per andare al mare
e un grande cappello di paglia.»
p. 17

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