Alessandra Cameroni: Parole mute/olio su legno

Questi sono gli appunti preparatori che la pittrice Alessandra Cameroni ha stilato leggendo un testo tratto da COMPITU RE VIVI, prima della creazione della sua creazione pittorica. La ringrazio molto.

Passo nei minuti contati
nel suono di una stanza chiusa senza
porte e senza finestre:
è il luogo antico dove mi porti
una questione privata tra te e me.

Ecco gli oggetti nel buio
il chiarore del bacio che t’incontra
la mano che ricorda.
Insegnami la lingua delle parole
mute, l’amore nel sonno, la distanza
della luce dal suo chiarore.

 

*

” Dipingo immagini che sono il risultato delle mie esplorazioni, lascio ad altri il compito di decifrarle. È responsabilità dello spettatore o dell’interprete che riceve le mie informazioni farsi le proprie idee e interpretazioni a riguardo.’’

Keith Haring

*

Mi piace pensare che questa poesia abbia scelto me: mi ha infatti colpito subito per la sua bellezza. Vi regna un silenzio denso, una solitudine concreta e abitata che mi ha richiamato un interno di Casorati. Uno spazio fisico in cui l’assenza di aperture (senza porte e senza finestre) proietta uno spazio interiore, profondo, “antico’’. L’antico, la nostra parte più intima, che ritorna nel già noto, nel riconoscere gli oggetti nel buio, un ”tornare alle cose nella loro nudità”.
Vorrei essere riuscita a rimandare a questo silenzio, a questo luogo “altro” che diventa lo spazio per un dialogo possibile tra due esseri umani. La stanza è una stanza-non stanza, il corpo è posto un po’ a spirale e invita a entrare nel quadro, il linguaggio deve essere nuovo e autentico.
In questo spazio il poeta auspica in maniera accorata, a mo’ di preghiera, una comunicazione vera tra due esseri umani. C’è un grande desiderio di poterla realizzare questa preghiera e nello stesso tempo un’ incapacità dettata dall’ ”insegnami”.
La posa contorta mi è nata proprio dalla difficoltà di questa comunicazione. L’esigenza è di un dialogo vero, in cui le parole sono parole mute. E’ il corpo che parla e ricorda. Il linguaggio deve cambiare, le parole dovrebbero essere fondanti, concrete tanto da poter essere toccate, espressione vera e autentica di noi.
Ho rappresentato questo  linguaggio diverso con colori che non mi sono venuti naturali ma armonici, belli, diversi, come a dire che questo dialogo possibile è già in essere. Colori un po’ magici che mi hanno richiamato la citazione di apertura della raccolta, con i versi: “Sono stato in qualcosa che / non sono più, qualcuno / ha sporcato / la mia infanzia”: Con l’aggiunta di un’invocazione magica, ‘’Scinni pidda”, (Scendi, fata!), per ritrovarsi.
La luce in questo quadro è ambigua, tagliente ma anche diffusa, nella necessità di riprendere la luce drastica di alcune poesie; luce che non illumina ma che acceca, che fa perdere i contorni, qualcosa da cui allontanarsi per poter vedere il chiarore. E’ avere solo una “lieve luce negli occhi’’ per distinguere le cose: “Insegnami la distanza della luce dal suo chiarore’’.
La donna immaginaria e un po’ astratta, infine, vorrei rappresentasse in realtà me stessa in una sorta di traslazione dello sguardo introspettivo del poeta, che mi riporta con questo sguardo disincantato e perso al profondo di noi,  a quando eravamo piccoli e c’era un mostro sull’armadio; a un mondo di affetti familiari, una madre con la gonna stretta dopo la prima gravidanza, una gioventù e una bellezza sacrificata per amore,   un padre presente nella sua ingombrante assenza, le rose alte, azzurre. Un luogo antico insomma, di nostalgia – c’è una stanza senza porta e senza finestre, adesso anche mia – .

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