Alessandro Bellasio su COMPITU RE VIVI

A distanza di quattro anni dalla pubblicazione del libro, ricevo ancora consensi e letture critiche. Questo testo è di Alessandro Bellasio, un giovane poeta in procinto di pubblicare la sua opera prima. Si è trattato, come per pochissimi altri, di un vero e proprio colloquio con Alessandro, cosa che mi stupisce molto per un poeta della sua generazione, colloquio fatto di attenzione nel leggere reciprocamente i propri testi, nel raccontarsi e nello scoprirsi, al di là dell’età anagrafica, con umiltà e palpitazione. Le parole, dopo, vengono spontanee, e dipendono solamente, come dovrebbe essere sempre, dal desiderio di restituire agli altri i propri pensieri, l’incontro con i libri, con le persone.

Grazie.     

RITORNANDO NELL’AGGUATO
Su Compitu re vivi di Sebastiano Aglieco

Libro di strappo e lacerazione, di trauma e di invocazione, Compitu re vivi (2013) di Sebastiano Aglieco prosegue il lavoro di scavo e incursione nelle cicatrici dell’esistere avviato dal poeta fin dai tempi di Giornata (2003) e del successivo Dolore della casa (2006), spingendo la ricognizione fino alle radici più remote dell’infanzia, in un confronto serrato con le figure del padre e soprattutto della madre, con il paesaggio e con la religiosità ctonia che circola nel sangue di chi è tenuto a battesimo da quell’isola di vulcano e vento che è la Sicilia.
Di questa terra, infatti, le poesie di Aglieco contengono tutta la matericità sofferta, e quel senso di mistero e presenza soprannaturale che si agita costantemente dietro l’accecante luminosità mediterranea, quasi il buio e ogni archetipo che di esso è parte acquisissero una forza peculiare conseguente all’esilio cui la luce li condanna.
In buona parte di questo densissimo libro sulle origini, sulla memoria, e sul congedo impossibile dall’una e dall’altra, l’autore ha privilegiato il dialetto siciliano, scelta imprescindibile e coerente per una poesia che si misura frontalmente col passato. Lingua dell’origine e originaria, parola consegnata al poeta dalla madre e dal padre, codice elementare in quanto primo filtro linguistico per l’elaborazione emotiva e dunque materiale primario del bambino che entra nell’esperienza e nel mondo: il dialetto funziona come dispositivo psicolinguistico per recuperare una dimensione ancestrale dell’essere al mondo. Dialetto che, nell’adulto, diviene allora lingua attraverso cui far riaffiorare i ricordi più antichi e ricostruire gli scenari psichici entro cui si giocò la prima, decisiva partita dell’esistenza. In effetti, il libro si apre con questa frase che lo contiene già interamente, cioè contiene già interamente la sostanza dell’intenzione poetica che verrà perseguita: «L’anima mi guarda (…)», l’elemento psichico chiede di riaffiorare, e il poeta diventa oggetto, cosa guardata e indagata, sostanza interrogata da una domanda che lo sposta all’indietro, verso i primordi.
E così, nella prima poesia della prima sezione, Vattiàtu (Battezzato), una delle più belle e potenti di tutta la raccolta, si comincia dal principio, dalla rievocazione della venuta al mondo, nella prima stanza, per poi, con repentino passaggio dal prima all’ora, determinare senza possibilità di equivoco in cosa consista questo compitu re vivi, questo dovere dei vivi che è anzitutto custodia, e in particolare custodia dell’altro, della sua caducità e di ciò che di esso scompare per sempre quando muore:

*

Gli aghi che cuciono occhi e bocca
la mano del bambino vicina al letto degli sposi
non parlavano
non si guardavano
in attesa di una luce
l’ora che oscurava sul balcone
e poi finiva tutto il tempo.

Quell’acqua devi rimestare, dopo la grazia
prendi un fazzoletto per asciugare il sangue
proteggi il pane dei morti
caldo ancora per promessa.

È proprio nel sangue della promessa che si gioca il compito dei vivi, nella fedeltà da portare a termine e consegnata all’origine, e da riconsegnare perché dataci in pegno; fedeltà ai luoghi da parte del poeta, e fedeltà dei luoghi verso il poeta stesso, che non smette di interrogarli e di farsene interrogare a sua volta.
Bisogna allora tornare nell’agguato del ricordo, nell’agguato che ogni ricordo è come tale, per rendergli giustizia e consegnarlo al suo tempo, per consegnargli la sua fine, che sola gli permetterà di essere custodito per sempre fuori di noi, nel riconoscimento di una lingua, di una pagina. E questo è un libro che vive esattamente e interamente in questa dimensione, quella della fine, della separazione; la sezione centrale, che dà titolo alla raccolta tutta, è una sofferta composizione di frammenti irti e scheggiati, scritti in memoria della madre scomparsa, sospesi tra dialetto (ma scarnificato, rispetto alle sezioni precedenti) e balbuzie, al limite dell’afasia – una perdita che permea di sé tutto il libro e che, come già ricordato, detta la scelta del dialetto come lingua principale del libro. La figura della madre assume un ruolo centrale: essa è un nucleo psichico vivente e improsciugabile, che la morte non strappa al figlio ma anzi rende dolorosamente indelebile. Figura mediatrice e mediana, tramite tra interiorità e mondo, la vediamo ricomparire come vera e propria apparizione, trasfigurata nelle numerose poesie dedicate o ispirate a figure di Madonna, attinte all’iconografia cristiana (una su tutte: il Tondo Doni di Michelangelo).
Tornare nell’agguato dei ricordi implica una catabasi interiore il cui pericolo per l’integrità del soggetto poetante è evidente. Scendere in quei luoghi remoti significa immolare se stessi, disintegrarsi. Non è un caso allora che tutte e tre le prime sezioni terminino con un io dissolto: a livello psichico nella prima, morale nella seconda, fisico nella terza.
Più in generale, tutto il libro vive e palpita di un pathos sacrificale e votivo, di un tormento spirituale in cui l’elemento religioso assume valenza centrale, come testimoniato dalle numerose allusioni e descrizioni di pellegrinaggi, figure votive, santi. Questa interiorità febbrile non trova però mai il facile appiglio di un dogma, la comoda consolazione di un credo; resta una ferita aperta che intende problematizzare il rapporto, per noi contemporanei così sopito, tra l’umano e il divino, quando l’umano si trova interrogato e rovistato da cima a fondo da quella sua possibilità estrema che è la morte, la fine di una persona amata, forse la più amata. Così, vengono a convergere e intrecciarsi i due principali piani di lettura del libro: filtrata attraverso una spiritualità nervosa e inappagata di ogni icona, in cui vede non una risposta ma l’aggravarsi della domanda, la richiesta di custodia e liberazione degli scomparsi diventa preghiera contratta, concentrata, sussurrata a denti stretti – buio contro buio, febbre contro febbre. Non solo custodire, allora, ma custodire come custodiscono i nomi e le parole di una preghiera – questo diventa il compito dei vivi, perché solo in quella dimensione di raccoglimento è possibile conservare e far brillare il nome.
Una tensione, quella tra commiato e invocazione, che rappresenta dunque la forza di cui tutto il libro è investito, così che la parola, pur nella tersa violenza della sparizione, riesce a essere lume nel tormento, perché il poeta dimostra di avere fede assoluta proprio in una luminescenza segreta, in «una piccola luce custodita nelle cose» che «proclama la sua umile vittoria».
E proprio sul piano linguistico, se da una parte il dialetto è lingua medianica per avvicinare le ombre e i ricordi, l’italiano emerge invece con maggior forza nel momento in cui si tratta di distogliersi dall’interiorità, o meglio di attraversarla risalendo verso il mondo, verso una voce più corale. Intenzione evidente soprattutto nell’ultima sezione del libro, dove si tratta non più solo di custodire, ma di pagare, di versare «un obolo di sangue» alla «Splendente», alla vita, e lasciarsi finalmente «cadere nel mondo», corrispondendogli il dovuto, «la distruzione di una parte», e allora potremmo dire consegnare, lasciare la vita in custodia alla vita stessa. In effetti, “resa” è parola ricorrente e anzi dominante di quest’ultima sezione (ma era presente fin dall’inizio, nella poesia posta in apertura di libro) e in virtù della quale siamo invitati a spogliarci dell’ultima veste mondana, a sciogliere i lacci dell’ego, che sono anche i lacci dei morti e delle molte morti che abbiamo in noi. I lacci delle parole stesse.

*

Ogni tua parola ripetuta
è aperta nella bocca e battezzata
alla luce dei vivi. È per sangue
che mi spargo, per lasciarmi
attraversare dalla tua mancanza.

Dammi, ora, ciò che mi spetta
lascerò la casa del padre […]
le nuvole calme vedono il mio quaderno
forse lo sguardo del mondo si consuma […]
toccate, per favore toccate queste mie parole
e consumatele, spalancatele al nulla.

Sebastiano Aglieco, Compitu re vivi, Il Ponte del Sale, Rovigo 2013.

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