Giusi Busceti: SESTILE e gli anni novanta

Giusi Busceti, SESTILE, Corpo 10, 1991

A rileggere i libri di quegli anni – certi libri, chiaramente – si rimane colpiti dalla fortissima compattezza stilistica derivante dall’adesione a una poetica non sempre dichiarata ma perfettamente riconoscibile nell’area del cosiddetto neoorfismo, fenomeno di area milanese capace di aggregare, tuttavia, anche poeti assai lontani, quantomeno per area geografica.
Al si là delle soluzioni retoriche e stilistiche, un tema ricorrente di questa poesia era, senza dubbio, una sorta di sentimento della perdita, identificabile con uno spaesamento ontologico – in alcuni casi, più concretamente, con una nostalgia della casa, un nostos -.
In questo clima di compattezza stilistica innegabile, tuttavia, questi poeti presero almeno tre strade successive: la prima, ancora elitaria, quella di un ermetismo assai maldestramente scambiato per orfismo – forse si trattava di un espressionismo tout court – praticamente insondabile se non per improvvise schegge di esistenzialismo materico; la seconda linea si è evoluta in una sorta di canto franto delle città tentacolari e di un io disturbato che consapevolmente balbetta; la terza è la strada di un neoromanticismo di vecchio stampo che recupera la costruzione sintattica portandola verso un proposito di sturm un drang.
Vediamo, per esempio, il caso di una poetessa come Giusi Busceti, autrice di soli due libri – ci si augura a presto la pubblicazione di un terzo volume –.
Questo “Sestile” è del 1991, seguirà “A nucleo perso”, del 2007.
Mettendoli a confronto si evince come la poesia di Giusi Busceti sia inquadrabile, almeno per alcuni esiti, nella mia seconda ipotesi di lavoro, una poesia, cioè, che porta lo spaesamento di “Sestile” verso una zona più vivibile della parola, meno contratta, probabilmente imparentata con quel tema del nostos assai tipico dei poeti migranti, sdradicati per necessità e per scelta dal contesto delle proprie origini. E’ poi da considerare come questo sentimento dello spaesamento abbia trovato una seconda casa, radicandosi in un Nord distaccato e algido, in un sofisticato mittelleuropeismo nutrito dalle delusioni post romantiche, da quella “viandanza” che non riconosce alla parola né statuto né luogo ma che un luogo e uno statuto ricerca incessantemente.
Leggendo attentamente questo “Sestile”, si capisce come già allora, quindi in tempi non sospetti, Busceti sia capace di orientare la sua scrittura verso soluzioni di un cantare più aperto, meno legato all’algida immagine di una “mente” – parola cardine per la poesia di quegli anni – che ha il potere di scandagliare le meccaniche della parola, metaforizzando in senso letterario, l’algebra, la logica, la verticalità, l’assoluta esattezza.
Del resto, i versi inconclusi lasciati a soluzioni aperte, un certo modo di raccontare, la funzione “provvisoria” attribuita alla punteggiatura, la rilevanza semantica degli spazi bianchi, delle aperture all’interno dello stesso verso – esiti che si possono riscontrare in un altro poeta di quegli anni, Ivano Fermini – hanno avuto un seguito nell’opera più importante di Mario Benedetti, “Umana Gloria”, certo, totalmente radicata al senso, ma dove si capisce che questo balbettamento colto ha finito per costituire la riappropriazione della poetica del fanciullino, coniata ora come non risposta alla complessità del presente, contro la banda fracassona dei pensieri filosofici e delle neoavanguardie che hanno immaginato di poter interpretare, di poter spiegare ciò che invece questa poesia accettava come insondabile.

mille metri di terra sulla voce

mille metri di terra sulla voce
attesa, dio del pianto e delle polveri,
se fermo il mondo chiede scossa, adesso
sbarre alle uscite, nulla sia sottratto
dell’oro al buio:

sono rose a ferire gli anni, sola
terra che ha seta, e madre e risa, lei
strade tra i fossati, amore attesa ha
anfore spezzate tra le mani, il frumento
ad ogni suo passaggio si richiude, posa
vasi colmi di vuoto su ogni filo: noi
figli di strette gole dopo il cielo
ascoltando la pena dove nasce
contando il battito e
fiato per fiato

p. 70

*

Fruscio di forbici dal pomeriggio accanto

Fruscio di forbici dal pomeriggio accanto
dai golfi indietro del sonno
fiabe a chi emergeva nello sguardo di un altro e
marzo degli ospedali, del muro più alto da toccare
per primi, si incide di luce ed è padre:
chi portava in salita, dava nome ai viali
in me ora intitola il dolore e lo distingue.
Non a caso si chiama dall’ombra
il colore nell’ora delle piogge: capire
chi veglia nell’erba, chi lacerando riconosce
un albero dall’altro, lo stelo
su cui è posato il giorno,
chi germoglia.

p. 69

*

Prove di volo

Volevo fare un cammino sulle foglie
lasciandoli schermaglie calpestate
coi sassi e la miseria, piazza del pomeriggio!
Cappotti si allontanano, ma io
tra le ciglia ho impigliato
lo splendore delle arance.
Immagino quando salirò d’impennata quelle scale.
Prima dell’incognita ferita il sole
ha dipinto l’aria del mare: eccovi ancora,
nei giardini. Lo so, per via del lapis
infilato nell’orecchio: un barbone,
semiaddormentato sui gradini, meditando
leggeva France-Soir.

p. 60

*

Chi piange in questa offerta

Chi piange in questa offerta,
al centro del lago un albero
e vento, come una supplica.
Il ritorno si infrange sul mattone,
si afferra al secolo del fuoco,
resta.
L’albero antico getta
un germoglio di radice.

p. 14

*

Ignota consistenza di materia

Ignota consistenza di materia
resiste nel filtrare assopito
dell’alba. Quest’alba,
questo vento, questo seno
toccato senza corpo

p. 15

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