Filippo Ravizza: non c’è più la Storia

Filippo Ravizza, LA COSCIENZA DEL TEMPO, La Vita Felice 2017

 

Gianmarco Gaspari, nell’introduzione al libro, fa spesso riferimento a una poesia di stampo civile. Il “civile” è senz’altro da intendersi in riferimento a quella branca del romanticismo che si fece carico della coscienza e della liberazione dei popoli, quindi di stampo manzoniano per intenderci, prima di quella svolta che portava lo “Sturm und drang” verso il declino esistenzialista, e poi, di corsa, alle estreme conseguenze del novecento – simbolismo etc… -.
Queste considerazioni valgonono, in realtà, per tutta l’opera di Filippo Ravizza, attraversata da un dettato febbrile, a voce alta, che ha il suono di un vento di lago, come mi è capitato di dire in altre occasioni, e che portano questa poesia verso il teritorio di un dettato “altisonante”, da pronunciare a voce spiegata, proprio come le vele di Ulisse verso le Colonne d’Ercole.
Ed ecco l’altro rivolto della medaglia: abbiamo a che fare, appunto, con una parola che, cosciente dell’assolutezza del concetto di Tempo e di Storia per le sorti del genere umano – Fatti non foste a viver come bruti … – ce ne mostra, col gesto di rivoltamento di una maschera, l’efferratezza e la tragicità comica, il viaggio verso l’estremo baratro. Ogni cosa – vicenda, azione, pensiero – se da una parte proclama l’abnormità genetica della specie umana, la grandezza, dall’altra riporta tutto il senso della nostra Storia verso la voragine del non senso, di un Nulla che abita le cose.
La poesia di Filippo Ravizza, in modo più evidente in questo libro, si dispiega, dunque, nella tensione feconda di due forze. E potremmo pensare a due raggruppamenti estremi di pensiero e di poetica per ben intenderla; da una parte tutte quelle opere che esprimono una idealità di intenti, di un miglior mondo possibile: l’Utopia di Tommaso Moro, La citta del sole di Tommaso Campanella, Il contratto sociale, di Jean Jacques Rousseau, il Socialismo Utopista, Heghel… Dante Alighieri, Ugo Foscolo. Dall’altra parte le opere della deriva, della perdita di una idealità di pensiero, premonitrici di una “distopia”, piuttosto che di una “utopia”: Honderlin, per esempio, e la sua poetica dell’erranza, Rimbaud, Heidegger.

Probabilmente, però, le radici sono assai più profonde, e risalgono a un fatalismo di stampo greco e al nichilismo del Qoelet biblico.
Mi è necessario ricorrere a questi riferimenti alti per sottolineare il fatto che la poesia di Ravizza sembra pendere da un sottile filo sospeso nel vuoto caricandosi di due necessità: ribadire l’assenza che abita tutte le azioni umane – persino la logica interna di tutti i sistemi biologici – proclamare la necessità del “contratto sociale”, dell’essere un “noi tutti” piuttosto che un io.
Ricorrenza importante da un libro all’altro, per chi conosca l’opera di Ravizza, è la sparizione di un’idea di mitteleuropeismo; un vagare, esule, da una capitale all’altra, alla ricerca di qualcosa che è andato perduto e disperso. Così, l’osservazione dei cambiamenti e dei guasti, provoca in lui il desiderio di un ritorno verso la Patria ideale di una lingua vergine: l’antica Toscana dove nacque la nostra idealità linguistica e culturale.
Filosofia dello svelamento, dell’abbassamento della maschera, fino alla rivelazione della vera essenza delle cose: un totale Nulla. Si tratta di una feconda contraddizione tra l’Essere come Apparire – l’Essere inteso come destino collettivo – e l’Apparire inteso come “Ipocrisia” delle forme dell’esistere.
Alla base di tutto, insomma, c’è sempre Ananke, la Necessità, l’ineluttabilità, il precipitare di tutte le cose:

tutto è uno scatto
meccanico uno stare avanti
slittare avanti
p. 63

Ecco: se le nostre considderazioni si fermassero qui, potremmo, e a buon ragione, considerare l’opera di Ravizza come una splendente realizzazione da sistemare nella casa di un nichilismo tutto novecentesco, restio a ogni desiderio di salvezza.
Così non è.
Ciò che rende questo libro palpitante e bellissimo, è la commozione, in senso etimologico; la capacità, cioè, di condurre il lettore verso una riflessione assai poco astratta sul senso della vita e del nostro destino. “Dunque ora tu siedi, abbi pace, / calma la tempesta del dolore, / resta nell’alba e nella quiete / mio lettore, mio fratello; come / paglia bruceremo in pochi istanti, / nulla nel nulla”, p. 18.
Così leggiamo di domande incessanti, a volte lasciate senza risposta, sospese in un balbettamento, in una reiterazione singhiozzante che va a capo, che imita la balbuzie infantile del respiro – credo ci sia una forte potenzialità teatrale nell’opera di Ravizza, un monologare a voce alta, come del Poeta al quale non viene pioù riconosciuta alcuna funzione sociale, costretto a parlare alle stelle, dalla cima di una montagna – .
Il poeta canta singhiozzando, rivangando le sorti di un’alta idealità che non si è realizzata – una notevole suggestione, leggendo questo libro, mi è venuta ascoltando l’ultimo movimento della nona singonia dfi Beethove, quell’Inno alla gioia intriso del sentimento di una speranza tradita, musica che si fa gesto, azione -.

La bellezza perduta per sempre

“Sì, certo, ora qualcuno mi ascolta, legge,
ma nella lucidità degli occhi infligge
dolore doverti dire quello che sto
per dire amico mio gettato nel vento
e dal destino già provato e vinto,
amico mio, mia sorte, e ora ingenuo
passato, futuro certo: ascolta, ascoltami
allora tu: adesso qualcuno mi legge sì,
ma la bellezza di essere un giovane
poeta, quella è perduta, perduta
per sempre”.
Così dicevo a me di me così
cantavo la perdita di me
con me chino sulla carta,
in mano la matita come una
vita giocata con la spada e
la nera ombra della mina,
parola parola che cammina
e dà cuore e forza e alza
in volo il nulla..

p. 71

Ravizza è capace di consegnarci di sé un’immagine umilissima e vera: “figuretta di seconda fila io / seduto là nell’angolo più / lontano della stanza io / che ora scrivo qui e chiedo / che senso abbia nascere e / crescere ed essere buoni / e non fare mai il male e / invecchiare e morire così / soli sempre più soli che mai / da soli nonostante l’amore / che pure c’è stato ma non / serve non soccorre non / paga non consola”, p. 79.
Mi sembrano tra i versi più belli pubblicati negli ultimi anni e che si trascinano dietro un’altra immagine: quella della matita, alla quale affidiamo la nostra poesia come se si trattasse di un atto definitivo, di una giustizia che forse ci spetta; un riscatto, fuori dalle ingiustizie e dalle promisquità della Storia. La “Storia” scritta con la S maiuscola, Clio, musa e semidea, non del tutto dipendente dalle nostre azioni e dalla nostra volontà. A sottolineare una circolarità, una ripetizione impunita, e quindi, in qualche modo, un fato annidato dentro la nostra gracile idea di libertà.

Sebastiano Aglieco

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