Un progetto interessante: STENOPEICA

STENOPEICA

con

Franco Battiato, Teresa De Sio, Giovanni Lindo Ferretti

KATHMANDU, Diario dal Kali Yuga

Libro con CD

Cura, testi introduttivi e del CD di Martino Nicoletti, Musiche di Roberto Passuti

La pupilla di Baudelaire, collana diretta da Martino Nicoletti e Paolo Pistoletti

Editions Le loup de steppes, Paris, 2016

L’ibridazione è un fenomeno universale necessario. Garantisce, in senso biologico, la continuazione e l’irrobustimento dei patrimoni genetici ma questo fenomeno agisce anche nei fatti dell’umano, nei sistemi di pensiero e nei processi artistici. Questi sono destinati a scomparire, ad essere fatti in sé quando si mantengano in una zona di bassissima contaminazione – per esempio la musica cosiddetta “colta”, proprio perché musica gelosa del suo stato di sperimentazione ad oltranza, è quella che ha pagato le conseguenze di una scelta estrema di turris eburnea, di isolamento –.

Diversamente, la musica più viva e più carica di conseguenze, è quella che ha accolto forme e retoriche tra le più disparate, attingendo a un patrimonio universale ormai immenso.

Occorre che la musica, oggi, però, per evitare il rischio di una sperimentazione talmente aperta da risultare dispersiva e incomprensibile, abbia la lucidità di ritagliarsi una lingua entro un ristretto campo di genere, in modo da risultare fruibile e comprensibile, per quanto possibile. Una canzone, seppur colta, deve rimanere una canzone, individuabile entro un campo sincronico che è la sua storia nel tempo: – chi ascolta una canzone, cioè, deve potersi connettere alla memoria dell’aria operistica, del cantare medioevale, del madrigale… –

Si tratta, cioè, di poter mettere in gioco un esercizio emotivo e sensoriale che permetta al fruitore di riconoscrsi, egli stesso, entro un vasto campo di esperienze memoriali.

***

Questo oggetto libro è da capire esattamente proprio in un contesto di ibridazione culturale, fenomeno, come già detto, assai diffuso oggi, causa anche un evidente clima di cosmopolitismo diffusosi a partire dagli anni sessanta.

Mentre i testi ci raccontano di una città mitica, Kathmandu, la musica riprende le atmosfere di un viaggio “difficile” in cui emergono idealizzazioni e ruvidezze, conti rimasti aperti e ferite con la Storia.

Sono composizioni letterarie inquadrabili, anch’essi, in una forma ibrida: riflessioni poetiche, lacerti di pensiero e memoriali. Ci dicono di impressioni, ma direi più esattamente che “impressionano” le tracce musicali, contribuendo a generare un ascolto in cui la verità delle espressioni si fa metafora stessa di un mondo letteralmente esploso nelle sue infinite manifestazioni del passato e del moderno.

Kathmandu, nei due racconti iniziali del prima e del dopo terremoto del 2015, sembra ergersi a metafora della grande complessità che ci attraversa, città stratificata fin dalle fondamenta mitiche della sua nascita, ma ormai attraversata interamente e drammaticamente dalle invasioni più violente della modernità.

*

Non solo un territorio abitato, dunque. Non solo storie strappate a un universo in feroce trasformazione, ma soprattutto un insieme di atmosfere che narrano di una città in pelle viva e di come questo stesso universo urlante, oggigiorno in pasto al potente e vorace Kali Yuga – l’oscura epoca finale che, secondo la mitologia indù, conclude un ciclo cosmico -, sappia ancora elargire bagliori di autentico splendore e d’indicibile, quanto affilata, bellezza.

p. 30

STENOPEICA

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