Rino Cavasino: lingua/acqua

Rino Cavasino, AMURUSANZA, coazinzolapress 2016

Vorrei subito dire che “Amurusanza” è uno dei libri in dialetto  più belli pubblicati negli ultimi anni, meritatamente insignito quest’anno del premio Salvo Basso. Merito a Coazinzolapress che l’ha pubblicato.

Cavasino attinge a quella linea barocca che ha attraversato  la cultura europea in tutta l’ambiguità del suo spettro poetico ma occorrerebbe uno scritto a parte per essere degnamente definita nei suoi tratti e nella sua sfera di influenza.

Per complessità e ricchezza accomunerei questo libro a un altro, seppur scritto in italiano, di Alfonso Guida, altro autore meridionale, “Lettere a Tiziana”, recentemente appaso nelle edizioni del Ponte del sale di Marco Munaro.

Di certo, la chiave di lettura per intendere operazioni del genere, è la stessa lingua, in questo caso lingua/mare che in sé tutto contiene e tutto dispone, soprattutto le sue stesse contraddizioni. Lingua “lattume” rigenerata e rigenerante nel grande magma lessicale che ha parole per tutte le cose. Da qui la straordinaria ricchezza di questa poesia che, certo, non si può intendere se non si parta da una disponibilità della parola ad inglobare, ad accogliere. Il titolo “Amurusanza”, evoca, appunto, l’abbraccio, – Amorosità, amorevolezza, piccolo dono, pensiero o segno d’affetto, “galanteria” –  come spiega lo stesso Cavasino nel complesso apparato critico, quasi un libro a parte, che accompagna il volume, rivelando che il titolo è stato suggerito dall’editore, Riccardo Durante  “che l’ha pescato nell’acquitrino dei miei versi”.

Impossibile immaginare le stratificazioni di questo “parlare” senza tener conto dell’archeologia dell’isola, dei suoi impasti e delle sue metamorfosi. Cavasino dichiara, tra l’altro, di non essere interessato ad alcuna operazione di espressionismo lessicale, di fucina di neologismi: “Il  siciliano di queste pagine è in massima parte quello di Trapani, attinto alla “fonte orale” delle ultime due o tre generazioni”. Ma le sue fonti attingono anche   ai riferimenti colti – si veda il tono dei pochi testi in italiano, che mantengono una patina di letterarietà, cosa che mi era già capitano di notare in una  delle prime pubblicazioni in antologia di Cavasino,  “Oltre il tempo, undici poeti per una neoavanguardia”, Diabasis, a cura di Gian Ruggero Manzoni.

Il motivo di questa letterarietà colta credo vada ricercata nel contesto degli interessi professionali dell’autore ma soprattutto nell’adozione di una  poetica della “meraviglia” di stampo espressamente barocco, “chi non sa maravigliar”…

Lo strumento che il lettore si ritrova squadernato davanti ai suoi o occhi, è dunque quello di una fantasticheria enumerativa, accompagnata da un campionario di immagini; meraviglia e fantasticheria che potremmo collocare nell’area dei dispositivi retorici del secondo novecento, o più propriamente  di una conoscenza ancestrale, fanciullesca – la poetica del fanciullino è un’ipotesi suggestiva di indagine per questo libro – .

Lo sguardo che avvertiamo leggendo, è uno sguado meravigliato ma fino al punto di massima rottura con la Storia e con la lingua stessa. La parola sembra corteggiare una morte per annegamento –  numerosisimi sono i riferimenti ai liquidi: acqua, latte, sangue, sperma, saliva –

E’ una dimensione ambivalente che il libro corteggia: lo splendore dei fiori nel momento di  massimo turgore e saturazione, fno allo sfaldamento, all’odore nauseabondo quando essi vengono rimossi dagli altari. Acqua primigenia, brodo primordiale, schiuma di Venere; turgore, putridume. Vita e morte.

In questo largo spettro di colori e di immagini, con riferimenti a una tradizione altississima  di storia, di antropologia e di letteratura,  è da inquadrarsi l’operazione di Cavasino e di altri poeti meridionali a lui affini, specchio al contrario di una letteratura nordica, sicuramente di stampo mitteleuropeo e romantico, interessata, piuttosto a lla descrizione di un paesaggio più orizzontale, razionale e pensieroso, bloccato da un altro tipo di consapevolezza della  morte. Qui, invece, la morte si presenta come il risvolto della stessa medaglia, il volto scontroso di un dio rivoltato che sfarina il pane, restituendolo funereamente e gioiosamente alla stessa acqua madre dell’inizio che sempre ritorna.

 

COAZINZOLAPRESS

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