Mauro Ferrari su un libro di Silvia Comoglio

Silvia Comoglio, scacciamosche – nugae, Collana AltreScritture, puntoacapo Editrice, Pasturana 2017, Prefazione di Marco Ercolani, Nota di Marco Furia, pp. 62, € 10,00 ISBN 978-88-6679-103-4

Silvia Comoglio, che con puntoacapo è al secondo libro dopo il minuto ma preziosissimo Via Crucis, ci ha abituato a gesti di poesia minimali quanto a foliazione, ma non certo per ciò che concerne l’idea di poesia e la consapevolezza del mezzo tecnico usato, che sono altissime. Ne sono una prova indiretta – ma non troppo – le precisissime e puntigliose scelte tipografiche, caratterizzate da un testo tutto in minuscolo ma con corpo diversificato, spaziature, corsivi, trattini, lineette, parentesi quadre.

In più, questo volume non grande, composto da testi brevi definiti nugae, dal titolo e sottotitolo in minuscolo, ma che in qualche modo tendono quasi eroicamente a una suggestione poematica, si avvale di una dotta prefazione di Marco Ercolani, e da una rapsodica ma interessante riflessione di Marco Furia, autori e critici per più versi in sintonia con l’Autrice.

Giustamente Marco Ercolani scrive (p. 8): «Tutto il libro sembra un unico poema, la cui forma completa non è sopravvissuta, e di cui rimangono frammenti vaghi, che rifuggono il senso». Dicevo di una suggestione poematica, e aggiungo che in realtà i lacerti presentati (i frammenti di un discorso poetico) non ricompongono alcuna unità narrativa, ma piuttosto riflettono la caoticità del discorso sul mondo che, stante la caoticità del mondo stesso, della nostra mente e forse anche dei nostri poveri strumenti umani, non può essere elusa – almeno se si vuole restare onesti di fronte al mondo e alle proprie possibilità di parlarne. Seppure la poesia riesca a parlare di qualcosa, le tocchi cioè farsi portavoce di una fotografia o mappa del mondo.

Credo qui di toccare – ma in modo che so personale, stante anche la distanza delle nostre rispettive idee di poetica – il nucleo della poesia di Silvia Comoglio, la quale ci restituisce intuizioni, lampi di luce, frammenti che per un attimo emergono dall’esperienza del mondo, ma che spesso non indirizzano (cosa di cui i due curatori sono consci) ad alcuna storia di sé che sia pienamente ricostruibile. Difatti il testo introduttivo (p. 15) dice: «ora dite se fu la notte  di pubblica fatica / a farsi, farsi in questa stanza, forma –»: questo è il momento in cui il caos si apre a una forma, cioè alla ragione, che resta comunque una «cifra . . . scissa di presenza» (p. 27)

Logico che, in questo modo, sia evidente quello che la linguistica e almeno certa critica ci dicono da decenni: che un testo poetico, che rappresenta la funzione fàtica del linguaggio, parli alla fine di sé, scopra cioè più della poesia, della langue e soprattutto della parole, che di un mondo che rappresenta una cosa in sé al limite dell’inconoscibile. E qui è quasi superfluo tirare in ballo un secolo di logica e di fisica, da Heisenberg a Gödel. Anche se al di sotto della superficie così riflettente del testo, più che opaca, appaiono lacerti di una storia amorosa, tensioni e languori, il riferimento metalinguistico, che comunque è in linea con tutta la storia della poesia, appare quello più probabile.

Silvia Comoglio ci consegna una poesia che resta sospesa tra fredda razionalità dell’impianto testuale e sogno delle pulsioni che agitano lo scrivente; tra la luce della ragione e del discorso comunicativo e la notte del sogno, tra la ragione e la follia, tra la verità e la bugia (lemma che torna più volte nel libro, quasi come un motivo o un basso continuo): forse è per questo che continua ad essere viva e fertile.

 

Mauro Ferrari

 

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