Gian Mario Villalta: la nostra muta attenzione

Gian Mario Villalta, TELEPATIA, LietoColle 2016



I poemetti di “Telepatia” suggeriscono, con il loro sottotesto di poetica, se ancora ce ne fosse bisogno, come la poesia degli ultimi decenni si sia ormai posizionata nell’ambito di un panorama di fruttuoso scompiglio, di ricchezza di forme e di contenuti.
Alcune questioni, che poi ritroviamo declinate in questo libro:
Sono passati gli anni in cui chiamare in causa l’ “io” era considerato una bestemmia. L’io veniva identificato con la poesia lirica tout-court, con la tradizione petrarchesca, con una sorta di rinuncia a una “fertile” sperimentazione – non è un caso che proprio le avanguardie si siano appropriate di questo tema, sottraendo l’io alla sua biografia sottoponendo il “risultato poetico” al vaglio di una metaletteratura d’élite -.
Anche il cosiddetto minimalismo è stato messo al bando in quanto lo si faceva coincidere con una sorta di pensiero debole, incapace di esprimere un progetto, se non di indicare, addirittura, una rinuncia etica.
Ma il minimalismo è stato anche un fenomeno di trasformismo letterario: dall’utilizzo di una semplice nominazione della cosa, di piccolo realismo – suo ambito classico – lo troviamo declinato nell’ambito dell’elaborazione di un linguaggio tecnicistico, che poi certa poesia ha fatto proprio in funzione di catalogo, con la conseguenza di un abbassamento emotivo del dettato, quasi per timore di compromissione sentimentale.
In questa veste distaccata è infine giunto a un simbolismo scientista più maturo, alla metafora grande, si veda l’opera di Giampiero Neri o di Pier Luigi Bacchini, autori che attingono alle “liaison” di vecchia scuola, trasformando la lingua poetica in lingua naturale, in museo botanico, almeno nelle intenzioni.
Non si può, certo, ritornare alla lingua dell’io senza questi attraversamenti consapevoli. Lingua dell’io è lingua di tutte le contraddizioni, che la poesia sa accogliere senza sovraesporle e senza ridimensionarle. La lingua dell’io può dire solo ciò che è vicino, che può raccontare senza finzioni e con umiltà. Persino consapevole dei suoi stessi limiti di pronuncia.

*

Il punto di maggiore consapevolezza nel libro di Villalta, rispetto al quadro che ho provato a descrivere, è la coscienza/conoscenza dei luoghi, delle persone, delle situazioni; soprattutto di se stesso. Il momento di maggiore vicinanza è raggiunto dal colloquio in dialetto con Andrea Zanzotto; in nessun’altra forma, infatti, è possibile esprimere l’intimità se non in una lingua capace di abbassare radicalmente il peso dei costrutti retorici e di pensiero – non è un caso che il dialetto, oggi, costituisca uno dei baluardi più potentemente difensivi contro la deriva e le invasioni, non solo linguistiche e letterarie, della nostra poesia -.
Attaccamento a una lingua madre vuol dire possibilità di nominare le cose con parole più vicine, semanticamente “posate” nel presente. Si veda, per esempio, come questo testo sia materialmente tessuto coi risvolti del paesaggio, della sua sostanza emotiva.

Te dovèa lassàr detà par testament: “No l’è
quel capanòn, no l’è ‘l cavalcavìa, che me sofèga,
ò parlà vert e s.ciet (in alegorìa!): quel che i me versi i diss
l’è che no sarà pi posto, no pi temp, no tera,
par ‘na parola che la à radiss”.
Questo te dovèa dirghe ciaro, te dovèa dirme
ancora pi ciaro a mi.
L’è tardi par capir? Scuseme Andrea.

p. 44

Anche quando Villalta usa l’italiano, sembra essere interessato a mantenere una sorta di timida resa, di paesaggio dirupato dell’anima nelle piaghe esistenziali del moderno.
Così nel libro si alternano testi in cui i protagonisti sono gli altri, e testi in cui questo “io” così fustigato, non ha paura di esporsi, di “darsi” allo specchio – e, in fondo, l’io specchiato, realizza sempre una sorta di transfert, travasandosi in un terzo spettatore, in un NOI -.
E’ sempre poesia intimistica quella dell’io, nel senso che può realizzarsi unicamente in una stanza interna, in grado di filtrare, come attraverso una finestra, l’invasione del mondo senza farsene sopraffare.
Così leggiamo di coppie in crisi, di veloci ritorni all’infanzia e ai suoi paesaggi – non solo interiori – a scene di formazione, a colloqui coi famigliari. Alla descrizione della solitudine dei centri commerciali, e naturalmente della propria. Al rapporto con i maestri, per esempio Pavese, e quindi ai legami col territorio entro cui si situano le ragioni della propria lingua, in questo caso con un certo sostrato contadino, ruvido, e una forte esigenza di autenticità del parlato.
Anzi, mi sembra che sia questa esigenza di sincerità lessicale a costringere il libro dentro le maglie di una verità, di una qualche forma di battesimo e ritorno. Di una discesa a un narrare in forma di versi.
“La maturità” evocata nel poemetto eponimo, è il raggiungimento di una zona di passaggio in cui tutte le esperienze della vita ci chiedono uno scatto in avanti, un consuntivo e una riconsegna. Questo è un compito che chiaramente per un poeta è duplice: compito di senso verso la forma della vita e della scrittura. Persino dello stile!
E’ l’insegnamento di Zanzotto, ma anche il senso della vita spezzata di Pavese, degli incontri coi “fratelli” poeti, Luigi Bressan, Amedeo Giacomini … di ogni sconfitta portata al parossismo di una vittoria, un parossismo che, forse, può condurre la scrittura a un fecondo abbassamento tonale, alla parola “utile”, necessaria e contadina:

E’ quando a uno hai detto in faccia
tutta la verità, perchè costretto
da lui – e dopo, che è là, che pare
scritta su un muro, è a te che fa male.
(…)
(La verità?
usiamo un nome, ma ci vorrebbe
un verbo: si fa
la verità)

p. 53

Perché l’insofferenza di Villalta verso la città è palese. La città sembra ingabbiare le parole nella trappola dello specchio, un cubismo esasperato che è sovrapposizione di piani narrativi e temporali.
Insomma, Villalta ci richiama alla dimensione di un “post heghelismo”, (l’espressione è sua), uno stato dell’essere che, a quanto sembra, dopo i fumi della ragione, non riconosce autorevolezza ad alcuno statuto nè epistemologia. Quando egli, allora, declina il catalogo delle cose senza storia di una cucina economica o di una scatola da scarpe, noi possiamo immaginare queste parusie materialistiche come il presagio di una fine o il monito di una ripartenza, quantomeno per provare a tracciare i confini di un paesaggio rimodellato dopo la marea.
A esergo di tutto il libro, proprio per questa difficoltà a nominare qualcosa che potrebbe rinascere ma che, infine, ci sembra condannata a un epilogo, proporrei questo testo:

“E tu che cianci, ma che vuoi, ti pare?
Con tutti i problemi del Paese Reale
che gusto ci provi a starla a menare
con queste pippe sulla primavera?”

p. 75

Niente ci appare più necessario, nemmeno la propria stessa solitudine:

Va bene questa solitudine.
E’ la mia. Ho imparato,
e mi fa compagnia.
Il mondo gira – mi tocca riconoscerlo
spesso, a volte provo a disconoscerlo –
con o senza me.
Ricordo con poca tenerezza
quando mi ritenevo necessario.
E poi non più.

p. 81

Si ritorna ai compiti primordiali: “immaginare, guardare, ragionare”; ai “pazienti pensieri efficienti” che “lavorano al rammendo di me”, p. 90. Esistenzialmente, certo, ma anche come compito di una poesia che butti la maschera mostrando, seppur strappata e dolorante, i tratti della Necessità.
Il problema dell’io, tra gli altri a cui accennavo all’inizio, è avvertito da Villalta non in rapporto alla malattia di un Narciso modernamente sclerotizzato nel quale ci specchiamo, il cui compito sembra ormai quello di restituirci la vacua cronaca di una qualsiasi delle nostre giornate; l’io, arroccato nei suoi confini, così geloso del suo statuto di entità pensante, capisce, piuttosto, che il problema non riguarda più la propria incolumità di fronte all’invasione dell’imponderabile, di un totalitarismo antropologico, ma, diversamente, un lasciarsi andare alla s/conoscenza, dentro le ragioni dell’altro.
Il poeta si trova dunque in uno stato di solitudine vigile, non totalmente arreso né irrimediabilmente offeso. Sa che gli archetipi, i simboli, i riti comunitari, sono completamente cambiati e hanno perduto la loro utilità.

Ma adesso, che più non vale il modello
della Madonna e del Figlio,
restano senza appiglio
i facitori di versi? Non ci sarà più il sorriso
doloroso, il sacrificio che esige riscatto,
il perenne senso di colpa
per un misterioso misfatto.

p. 96

Il poeta sta in ascolto, “nel regno della ruggine”.

Effettivamente la sezione “Telepatia” rappresenta la zona centrale del libro, il passaggio dall’io al noi, “Prima persona plurale”, il desiderio di una restituita unità: “Forse l’oscuro di ciò che chiamiamo / essere è appartenere / agli altri, a molto altro”, p. 107.
La riflessione ontologica risulta essere, come conseguenza, una condizione destinale della poesia, l’analisi della propria sostanza e della propria necessità.
Fare poesia, oggi, non può coincidere con una mera esercitazione sensoriale, con un freddo sillogismo da immaginare ancora nell’area della sperimentazione formale. Fare poesia è coscienza altissima della propria poetica, di un “qualcosa” che ci conduce attraverso la parola; sapere dove e quando avviene l’incontro con l’altro che ci abita:

Oggi ho visto un signore
serio, infagottato
in un cappotto che ingoffa,
seguirmi su specchi e vetrine
lo sguardo mite assegnato.

E ricordando Catania di luglio
volevo dirgli: “Ma su! sarà presto estate,
la sete d’ombra, le braccia nude,
perdio, ti vorrai mica perdere
per uno sbaglio di stagione?”

Però da troppa durava
la nostra muta attenzione
Lo accetto: io, sono! – ecco – Sei tu!”
E adesso che l’ho detto?

p. 143

Villalta non sembra interessato a indicare una strada, una formula. “Telepatia” è, dunque, un’opera aperta, disponibile a diverse soluzioni di un buon vivere, di un onesto scrivere.

Sebastiano Aglieco

 

***

Il libro è risultato vincitore dell’ultima edizione del premio Il tempo del Ceppo, ex equo Umberto Piersanti e Pasquale Di Palmo.

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