Alessandro Bellasio su un libro di Andrea Leone

Andrea Leone, Hohenstaufen, L’arcolaio, Forlì 2016

L’ININTERROTTO EPILOGO

di Alessandro Bellasio

Con acuminata chiarezza, con verticalità intransigente e percussiva, Andrea Leone, metronomo inflessibile dello spavento e del disastro, con il recente Hohenstaufen avanza a grandi passi, e anzi in perentorio affondo, verso i territori estremi del suo dettato, fedele a un’idea assoluta di poesia che, fin dal libro d’esordio del 2006, L’ordine, persegue una parola bruciante, in piena detonazione, ma severamente controllata e spolpata di ogni concessione tanto biografica quanto elegiaca. Malgrado l’iperbole cui viene sottoposta la prima persona singolare (o forse in virtù di essa), in Hohenstaufen l’io è oggetto di un transfert che nulla concede all’immediatezza del vissuto, ma viene piuttosto condotto a viva forza nella dimensione dell’archetipo e dell’evento. L’io è cioè destituito di ogni sovranità per farsi sede medianica di un trapasso, soglia bruciata dall’attraversamento a cui è sottoposto a contatto con le potenze del linguaggio e dell’essere. Non si tratta di un io che dice, bensì di un io che è detto, quasi rimbaudianamente, da altro.  Si tratta di un io, e dunque anche un bios, revocato, giustiziato: «l’assideramento senza momento | da cui discendo» e «esordisco esempio dell’estinzione […] divento il testamento, il tempo». Spezzati così i legami con ogni cronaca, il linguaggio, e con esso il poema, è risucchiato in una zona di tensione e allarme immanente al poema stesso e dove il senso, al di là della resa editoriale dell’oggetto-libro, più che allinearsi orizzontalmente in versi dà invece l’impressione di aggregarsi in torri e bastioni, di scolpire sul foglio il profilo granitico e guerriero di una colonna dorica, deputata a reggere il peso di divinità terribili, forse proprio quelle che aprono la raccolta e di cui è detto che «morirono | nella matematica della casa millenaria | e in tutti i mattatoi del mattino». I versi di Leone sono da sempre animati da una vis assertiva qui confermata e che hanno certe opere scritte in prossimità del giorno del giudizio. Così, con quell’entusiasmo congelato che da sempre lo contraddistingue e che funziona quasi come un dispositivo per l’accumulazione della tensione conoscitiva, Leone, mantenendosi in una zona limite tra esplosione e implosione, incide letteralmente i suoi versi su una carta pietrificata, accumulando e raffinando il materiale grezzo degli archetipi, che vengono impilati gli uni sugli altri secondo una logica di commistione e convergenza (quasi di infezione e di contagio) tra antico e contemporaneo, remoto e prossimo, in un vertiginoso avvicinamento delle epoche. L’effetto d’insieme che ne scaturisce è come di (ri)costruzione di una genealogia – come suggerisce il titolo di una dinastia, qui poetica invece che politica, capace di sancire i confini del regno del dicibile. E questa intenzione dinastica è ben presente anche a livello retorico e sintattico, dove la parentela è espressa tramite il ricorso ossessivo alle figure dell’accumulo, della giustapposizione e della ripetizione: l’assonanza, la consonanza, l’anafora, l’allitterazione, l’omoteleuto – tutto un repertorio che mira alla ricostruzione di una prossimità poetica di tutto ciò che è distante storicamente, un casato retorico capace di tenere unito ciò che nel reale è in frantumi, al limite una trascendenza, ma interna al poema stesso, a questo solo dovuta. Il ritmo che consegue coerentemente da queste scelte è quello di una marcia, di un’avanzata con passo marziale secondo un andamento rigorosamente percussivo e solitario, una monodia; non v’è, tuttavia, alcuna traccia di invasamento o di apertura visionaria, nessuna effusione da eccesso di luce mediterraneo, perché anche le sentenze più ardite sono passate al vaglio severo dell’intelletto e intendono mostrare il nettamente di ciò che accade, la sua sostanza atemporale e vergine, la pagina elettrificata del diario, quella cioè che si staglia nell’inappellabilità dell’epilogo, dove tutto è già da sempre nell’inalterabilità essenziale del suo essere perduto, e in ciò solo vero, perché spogliato. Ed è proprio questa l’essenza della poesia di Leone, questo suo talento di acrobata di un ininterrotto epilogo, in bilico su una fune tesa tra inizio e sparizione, tra euforia e crollo, all’inseguimento di un divenire che non accade mai, che non è mai accaduto, e di cui tuttavia si è deputati a incarnare e narrare la maceria per sempre: «sto per essere tutto | ciò che non è mai stato».

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...