IL SEGNALE N. 106

Sul numero 106 della storica rivista IL SEGNALE, con la quale collaboro, potete leggere, tra le altre cose, questa mia recensione al libro di un autore che non conoscevo, Giovanni Campana. 

Giovanni Campana, DELLE PAROLE (E DEI LORO LUOGHI), TRATTATELLO IN PENSIERI SCIOLTI E VERSI, Elison Publishing, 2015

 

Questo trattatello in pensieri sciolti e versi di Giovanni Campana, è tutto pervaso da un febbrile sentimento di conoscenza e ricerca di senso.

E’ costruito su una riflessione che investe l’aspetto speculativo della parola – una freddezza di contenuti marmorei -. Inoltre il suo calore vivido che emerge dalla mancanza di senso – la poesia è, in fondo, una musa risorgente tutte le volte che l’andamento prosaico della comunicazione, cioè della lingua condivisa, mostri la sua retorica – .

Questo avviene quando, nel dire del mondo, noi accettiamo lo sfarzo del barocco, la parola ridondante che ruota intorno alla propria morte. Ma anche la parola tassativa e burocratica; la cosa pronunciata nella sua stessa natura di cosa che non vacilla.

Volendo riassumere il pensiero che sottintende questo strano e originale libro, si potrebbe ipotizzare, innanzitutto, una oscillazione di pensiero sospeso tra un essere nelle maglie del tempo, parmenideo, e un essere desideroso di indagare i suoi stessi confini. Questo, però, deve proclamare un al di qua destinale, ritrovandosi co/stretto a una parola perfettamente coincidente col suo senso, con la sua concretezza.

Non siamo nel campo di un realismo, di un patto dichiarato con la parola industrializzata, defraudata del suo intrinseco mistero. Siamo, piuttosto, sul terreno di una parusia, “la grande attesa di rivelazione”, cioè di una illuminazione nelle trame della parola stessa che riprende la lezione rilkiana delle elegie e, in fondo, finisce per coincidere con un dionisiaco edulcorato delle sue suggestioni paniche: Proclamazione del fascino della vita e, nello stesso tempo, un perpetuo deperire e ritornare al mondo del seme, della sua necessità di interrogazione: “…riverbera dai tempi e ancora impelle, / quasi rintrona in questo / limbo d’assenze, un’altra risonanza // …caviglie e tamburelli … / e … / il tendine disciolto allo sfrenato / numero del dio … / e … la furiosa / gioia che libera // non si abbevera l’anima, oramai, / che a inconsolabili perdite // lenite in un’eterna pacatezza”, p. 60.

Colpisce, in questi versi, il forte andamento ritmico, in contrapposizione al calore freddo, fondamentalmente speculativo, delle prose: “Se la parola sempre più è più che parola, nella poesia ancor più essa si perde nella vita stessa, o entra, entra in essa. Nella poesia, insomma, noi siamo come restituiti alla vita”, p. 53.

E’ l’idea che la poesia sia una lingua degli albori, non della conoscenza assertiva ma dell’attesa e della premonizione, forse l’unica capace di mostrarci la vera natura della cosa, delle forze misteriose che la abitano.

Il testo, tuttavia, è anche capace di accogliere le incongruenze del pensiero, il contorcersi entro un ragionamento di stampo sillogistico che non fa uscire l’essere dal muro di gomma dei suoi confini, facendolo rimbalzare sempre al di qua dello specchio, nell’accettazione destinale della propria morte.

E’ quindi l’attesa la vera musa del libro, il grido: “anche il mio corpo attende, / anche quel grido, / appeso al proprio istante senza fine” p. 58.

Sebastiano Aglieco

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