4×10

4×10, Quadernetto di poesia contemporanea, a cura di Grazia Calanna e Orazio Caruso, Algra Editore, 2015.
Testi di Chiara Carastro, Antonio Lanza, Michele Leonardi, Pietro Russo

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Qualche anno fa, completamente ignaro di quanto avvenisse in Sicilia in campo letterario, invaso dal mio ingenuo idealismo, forse anche per un larvato desiderio di ritorno e riappacificazione, pensavo di riunirli tutti i poeti siciliani, nella casa di un progetto, un luogo dove incontrarsi, conoscersi e discutere. Era, certo, un idealismo fondato sull’ignoranza del territorio e delle iniziative.
Ho capito, a un certo punto, che la situazione culturale dell’isola è più variegata di quanto non potessi sospettare; che esistono progetti grandi e piccoli, spazi aperti e chiusi, forze in campo generose o elitarie.
Da questo punto di vista la situazione in Sicilia non è molto dissimile dal panorama di altre regioni, almeno quelle più in vista. Con alcune differenze, credo, la cui constatazione mi deriva dalla mia posizione “transmigrante” di poeta esule – per condizione biografica e forse per scelta – un piede affossato nelle brume della pianura padana, l’altro, “polifemico” proteso verso le acque dello stretto.
In Italia si pensa che le “eccellenze poetiche” risiedano in poche regioni, sia per centralità dell’industria editoriale e culturale, sia per la riconosciuta autorevolezza di autori e poetiche. Ne consegue che le regioni o gli ambiti territoriali considerati periferici, tendano a far riferimento a un Nord onnicomprensivo e fagocitante, a volte spocchioso dei suoi soldi e del suo potere, altre volte sonnacchioso e francamente pedante nell’accogliere e riconoscere i valori delle cosiddette periferie.
Venendo dall’esperienza di un lavoro impegnativo come “Passione poesia”, posso testimoniare l’estrema difficoltà nel reperire e far emergere voci relegate a una marginalità a volte immotivata, anche per l’ “ignoranza” di studiosi e organizzatori locali, la cui visione della poesia che si fa e che si è fatta risulta parziale.
Ora a me sembra che la Sicilia sia una terra dotata di potenzialità poetiche assai rilevanti, voci, presenti e passate, in ombra o vistosamente illuminate che, viste tutte insieme, potrebbero indicare i propositi di una ricchezza che nulla ha da invidiare a nessuno. Perché non pensare, ad esempio, a un portale capace di testimoniare, senza preclusioni di sorta, quanto viene fatto nell’isola? Biografie, storie, racconti, iniziative, studi, cultura…E’ un progetto che, mi auguro, un giorno si avveri.
*

Questa piccola antologia curata da Grazia Calanna, ma il termine più corretto è sicuramente “quaderno”, sta a testimoniare un campione di varietà stilistiche e di poetiche. Quattro voci diversissime, assimilabili alla rappresentazione di sottotesti culturali legati al territorio – siamo alle pendici dell’Etna, territorio pienamente evocato nella poesia di Antonio Lanza –.
Leggiamo, nel suo caso, di una spersonalizzazione dell’io che si consuma nelle nostre moderne piazze – i centri commerciali – luoghi soporiferi di totale controllo delle pulsioni in cui ogni “evento” va pensato in funzione delle vendite e della visibilità del prodotto.
E qui niente di nuovo, se non fosse che Lanza introduce una riflessione di natura kafkiana: i manichini senza vita, quasi archetipi della nostra condizione umana; ma anche la presenza che si sente dagli altoparlanti e tuttavia non si vede, immagine di un grande fratello che tutto vede e tutto gestisce.
E’ la sua, comunque, soprattutto una poesia di denuncia sociale, di lavoro sottopagato a 500 euro al mese, condizione che, ancora, purtroppo, permea tutto il nostro Sud di uno status di disagio sociale riconoscibilissimo.
Questi manichini potrebbero essere pensati, quindi, come metafora di una alienazione, di una spersonalizzazione perpetrata e realizzata senza appello.

Il cliente ha bisogno
di sicurezza il cliente
ha bisogno di divieti il cliente
necessita di regole
il cliente vuole l’ora
esatta e l’esatta
sua posizione, che ci siano
le guardie con l’uniforme, le telecamere,
e che la voce gli rammenti le telecamere,
la squadra antincendio,
il pavimento pulito, che tutto
funzioni, confini certi,
che il sapone nei bagni, che di domenica
la messa, che le eventuali informazioni,
che i prezzi ben disposti, che tutto
torni – come in una gabbia.

*

Nei testi di Chiara Carastro, la più giovane del gruppo, si sente ancora il fiato di un’adolescenza lunga, luogo di un apprendistato a vivere, ma che in realtà non insegna proprio nulla se non l’esercizio del dolore.
Queste poesie sembrano corteggiare uno spaesamento, un tremore dello sguardo; lo si vede, per esempio, nel primo testo, in cui leggiamo di neologismi, “pioggivari”, riferito agli ombrelli, che attestano prese di posizione del mondo attraverso parole nuove, soprattutto quando le parole del mondo non sembrano bastare alla poesia.
Sono poesie che descrivono lo sguardo di un’Alice sperduta nell’era della digitalizzazione, arma di spersonalizzazione culturale, persino di un io costretto a un lavoro di attestazione, di dura riconferma della propria unità.

Non funziona!
Create un tasto, presto!
Io penso cosa, e tu indovini
e nell’era del multitasting,
esegui, contemporanea.
Sono io che comando te
o tu che comandi me?
Mentre ti parlo,
sai che ti parlo,
e rispondi, standard, già impostato.
Cambi l’ordine dei miei pezzi
e mi rendi più
tua.
Non prendermi in giro,
tu con tutte quelle tasche
piene di
polistirolo.
Imballami il cuore, ma non lo riempi.
Non prendermi in giro,
ma lasciami qui.
Insegna altre parole all’ologramma
e tranquillo,
spariamo insieme.

*

Nei testi di Michele Leonardi irrompe l’amore, la perdita, l’amarezza, persino la rabbia. In fondo, anche questo tema è il sintomo di una ricerca di assestamento, tema che attraversa tutte le prove del “quadernetto”.
L’habitat non è dunque da intendersi solo come un tema sociale, ma la pelle, il luogo della percezione immediata e della bruciatura. Non esistono manuali per imparare a vivere ma un’ innocenza di sguardo, un diretto rapportarsi capace di baipassare le forme, le invenzioni, gli stili della vita e della retorica. Può il cinema, si chiede Leonardi, che è anche regista, “darmi la consistenza al tatto / del tuo volto?”. L’amore si configura, dunque, nella malinconia del perduto “a un anno esatto dal tuo arrivederci”. Dopo si impara, forse, a vivere.

La camicia è madida, la fronte gronda.
Sull’altra sponda del lume, l’ombra
gioca ai dadi e sembra divertirsi: è stato
semplice indorarsi di scintille, ma la benzina
non costa più le lire mille di una volta.

Ce n’è voluto, di coraggio, per capire
che se ritorta la pelle non respira, non è nuova.
Dà giusto l’ habitat perfetto in divenire
a chi seduto fa, tra un lancio e l’altro, cova.

*

La poesia di Pietro Russo sembra essere attraversata da un sentimento di attesa, una possibilità che non si avvera, il desiderio di un’apocalisse. Tutte le descrizioni riguardano una specie di condizionale congelato, una domanda che non ha risposta. La risposta, anzi, è in una situazione ontologica, di discendenza da padre a figlio, a perpetrare il fallimento e la promessa.
Superate le preparazioni, i testi infatti approdano rapidamente al tema del padre, a una vasta mancanza che non è colmabile se non per desiderio e volere, “di puro volere, accogliere i giorni”.
Queste poesie, nel loro rapido incedere, assumono il tono di una preghiera accorata e sono da considerare, forse, come le prove più alte di questo quaderno.

Di questo avrei voluto parlarti
con il fiato a pezzi del pugile, faccia
contro faccia nella congiuntura
ripetuta e sempre persa, dirti è tutto vero
che c’è un silenzio più grande dei nostri anni
e che il cielo è sempre uguale
e le rondini non muoiono dopo l’estate
se ci credi. Senti? Gli anni luce
si radunano nella maniglia
e non ha oracoli la buganvillea ma lo stesso chiedi
la strada del mare se è mare o un’idea
dietro i palazzi o l’assedio
nelle tempie. Apri la finestra,
lascia parlare i venti, lascia che parlino.

Sebastiano Aglieco

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2 Replies to “4×10”

  1. Sono lieta di ritrovare qui questo quaderno, di rileggerlo attraverso il tuo sguardo. Voci (è vero, alcune particolarmente insinuanti) che molto avranno ancora da dirci. Grazie, p.

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