Gianfranco Isetta riflette su un libro di Flaminia Cruciani

Flaminia Cruciani, SEMIOTICA DEL MALE, Campanotto, 2016
di Gianfranco Isetta

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L’immagine che mi viene in mente è quella di frammenti di pietre dure. Parti, frammenti di esistenze che, come si sa, per dirla con l’epistemologo Michel Serres, sono qualcosa di estremamente solido e anche nostalgico. Infatti “il frammento è una cosa che, essendosi già rotta, non si può rompere ulteriormente ma  è anche il rimpianto di una totalità perduta”.
I “pezzi” di Flaminia sono perciò assertivi e si oppongono alla totalità, anche se con la nostalgia dovuta, alla generalizzazione che è di per sé fragile. E nell’insieme di questi frammenti, non necessariamente brevi, di esistenza c’è lo svelarsi del MALE “il peccato è esistere” ma anche l’incontro con il suo opposto. Una assertività in realtà profonda che porta ad entrare in spazi sempre più sconosciuti per incontrare questo male e affrontarlo, sfidarlo.
L’umanità che sprofonda … nelle ferite inferte dalla menzogna” ma poi “ qualcosa emerge dal nido” e comunque “… cicatrici confessano le nostre ore deste di coraggio”
Una ricerca che porta “ al punto sterminato dell’universo che contiene il bene e il male”.
C’è questo alternarsi e mischiarsi continuo di queste due “forze” che si contendono la vita.
Mi stimola una suggestione: l’evocazione dello yin e dello yang dell’antica filosofia cinese, le due unità opposte e complementari di cui è appunto composto l’universo e che ne formano la totalità.
L’uso frequente dell’ossimoro è funzionale alla descrizione-evocazione di questo incontro-scontro che alimenta il nostro esserci.
la mia vita è fiorita a morte
C’è addirittura la necessità di nutrirsi,(e di combatterlo) del male assorbendone l’essenza.
leccherò l’oscurità sino ad esaurirla” oppure “mi serve il male, mi serve per capire” e si potrebbe così continuare nella lettura della prima parte: GLI INNOMINATI.
C’è bisogno di usare l’apparente paradosso “ ricorda che c’è troppo amore nell’odio/vivono l’uno dell’altro, dello stesso sguardo/…siamo nelle loro mani assurde e inconsapevoli/che ci alternano a piacimento/ora all’uno ora all’altro baratro/sceglierne uno significa abbracciarne due…”
E poi questa chiusa che io trovo straordinaria a pag. 32: “... il tuo sguardo poche ore prima di morire/era già eterno”.
E qui con la vita e nella la morte, come afferma Flaminia, siamo interpreti di un segmento, di una rappresentazione eterna “con la pelle presa in prestito”.
E poi irrompono le altre parti del testo:
GRAZIE MALEDETTI ma il tema dell’eterno ritorna “… l’incenso sul mio corpo in esilio/senza pane vuol dire eterno” e in QUELLO CHE E’ MALE AI TUOI OCCHI, IO L’HO FATTO ecco che incontro “il perdono (che) è avverare dell’aria” e comunque questo male riguarda “il come tu lo vedi”.
Certo in CRUX CRUCIS torna l’affermazione secca, l’asserzione netta “il peccato è esistere” allora mi viene da chiedermi: ma il peccato esiste? E, se si, cosa importa? Perché soggiacere al senso di colpa, all’umiliazione, ad un calvario.
Seguiamo il nome che portiamo dunque! Quello che ci guadagniamo ogni giorno, che sfida, seppur in catene, l’esuberanza della vita.
Del resto anche l’Autrice si chiede “A chi giova tanta mortificazione/un suicidio distillato in giorni/coricarsi sotto la croce”. Di più, reagisce con forza a questa (forse) assegnazione di destino, in questa serie splendida di versi :
Quale dio ha chiesto la mutilazione del suo creato?/ Il mio nome strappato/ha cambiato copione/io l’ho posata la croce/l’ho smontata e coi suoi pezzi di legno/ho costruito strumenti musicali/ per riempire di musica la vita.”
Ed ecco che, infine, Dioniso finalmente prevale!
E anche in UMILIANE DE’ CERCHI “... ce ne andammo elevati dal mondo… nel coro bianco della luce” .

Certo ci sono i demoni alle porte e “…Gesù è in ginocchio a pregare verso la finestra/ma è di acquarello, fisso come un quadro”.  C’è questo continuo alternarsi, come sostenevo all’inizio, di presenza del bene e del male e che, almeno io l’ho percepita così, mi sembra costituisca la cifra essenziale di SEMIOTICA DEL MALE.
Ma c’è anche l’Autrice dentro tutto questo, ci sono le “irriconoscibili Flaminie” che tendono a divorarsi un’affamata ragione e comunque ad esserci “con la pelle presa in prestito e il volto a inquadrare l’universo.”
Incontro poi come una mirabile sintesi questa sequenza di ossimori e contrasti apparenti da pag. 59:
sono l’artiglieria e la pace…/sono l’angelo ubriaco di dio…/sono la campana d’aria /che suona il silenzio/ sono la preghiera che lava l’acqua/, sono la mensa ripida/ dove siede l’onnipotente/QUANDO SI PENTE”.
Questo onnipotente, che poi si pente (immagine straordinaria) questo dio, non può scriversi che con lettere minuscole.

Altri frammenti potenti di solidità e leggerezza:
la menzogna risplende in ogni verità” – “a quanti isolati dall’umanità ci rivedremo?”
E poi c’è questa invocazione per me decisiva di questo libro e non solo:

Prendile per mano tu le domande/ che mi porgi da millenni/ accompagnale tu a frugare/ nelle tombe dell’immortalità

Alla fine, lo ribadisco e lo sottolineo, Flaminia sceglie l’invisibile Dioniso anche se interdetto e pericoloso perché, come lei stessa afferma :
è il volto dell’altro attraverso il quale si attua in noi il desiderio d’invisibile e il divino si pronuncia”.
E quindi si arriva all’asserzione di fondo:
il male è tutte quelle volte in cui il divino tace nell’uomo e si interrompe l’infinito processo sonoro della creazione”.
Un dio che non credo interpelli in Flaminia la classica idea di religiosità, ma qualcosa forse di ancor più profondo e imperscrutabile ma in fondo anche, consolatorio che non va interrotto nel suo “sonoro” operare.

Gianfranco Isetta, 30 gennaio 2017

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