Marco Vitale: Marcus Vitalis

Marco Vitale, DIVERSORIUM, Il Labirinto, 2016

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… e infine il libro giunge a un luogo fiabesco, la locanda in cui si riuniscono i viandanti per riposare e festeggiare il breve approdo della vita.
Si apre, allora, la lingua a un verseggiare più piano, meno sofisticato, in sintonia con l’approdo delle acque: “Quando sarò morto tu che hai occhi azzurri / del colore dei piccoli coleotteri azzurro fuoco / delle acque, piccola mia, ragazza così amata / che sembri un iris nelle fleures animées / verrai a prendermi dolcemente per mano”, p. 90.
Marco Vitale è uno dei nostri poeti stilisticamente più raffinati – siamo dentro la cornice di un periodare complesso ma piano, un delicato equilibrio tra classicismo e tremore; mai gridato ma suggerito, con esiti di un nitore formale che vogliono dribblare la melopea crepuscolare –.
Eppure questo Diversorium attraversa i territori della perdita e della distanza. Leggiamo poesie che assomigliano alle lapidi del classicismo greco: gesti bloccati, espressioni contratte in un dolore pacificato.

Quasi che tutto quel dolore
non sia stato e così appaiono
abusivi confini, netti
spigoli. Ma dove fosti e come
per quei mesi che un velo
dolosamente sfuma appena io fingo. Tu
che al privilegio del tuo nulla
mi attendi senza sapere e fosti
così bello un tempo mai quanto lontano

p. 13

E soprattutto la distanza dal gesto, una certa separazione necessaria tra l’arte e l’oggetto che descrive, quasi che la parola debba proteggersi da uno strappo eccessivo, da un espressionismo che bussa alle porte.
Di questo classicismo Marco Vitale è interessato a catturare il calore della malinconia, i gesti, i fatti più significativi, riesumati alla memoria perché possano ancora splendere di una breve luce.

Di quell’inverno del ’56
resta una piccola colomba

resta un filo di polvere
sul bianco di quel panno

le ali aperte non stanno

p. 19

L’approdo è, allora, quello della favola, di un presepe dove il teatro della vita è riassunto nell’unica scena probabile: un’ umanità che ruota intorno a un desiderio di ri/nascita, di vita semplice in cui il male si osservi da lontano, dalla reggia di Erode.
In questo teatro, Marco Vitale si mette la maschera, infine, di un Marcus Vitalis, “che nell’antica Lugdunum / divenuta romana – ora la limpida / elegante Lione – / tenne una mescita di vino / e fu una specie di console / di sindaco della corporazione degli osti”, p. 91.
Un modo per dichiarare la fragilità della vita crepuscolare e l’idea che un’arcadia, persino della stessa lingua, possa essere il pharmacon di una gioia momentanea, di un’attesa.

Sebastiano Aglieco

*

Perché quell’indugiare d’una sera
lungo il tempo e il così quieto
promettere di un altro giorno i pini
neri nello sfondo
amato di Villa Pamphili?
Un’altra sera un altro giorno un’altra
immagine a venire, pure
cos’era mai se non un sussurro dell’incerto?

O allora non averne
saputo quella stessa
caducità che scure tortore illudevano
poco alla volta ogni mattina
Ma poi chi c’era? Chi più aspettava
nell’attesa già incredula?

p. 56

*

La souris

Non si sente più nulla
tutto è fermo
hanno teso da tempo le invisibili
nappe, tutto tace
Da dove cade
unico di riflesso e doratura quel raggio?
Dove batte e rifrange
per azzardo di iridi?

Ospite impreveduto, caso opaco
mi chiamò un giorno
un capriccio di ragazzo
una setola intinta in un impasto di ocre

Oh tu che mi hai lasciato qui tra questi tralci
gelidi e maturi, tra questi calici
dove il timore si specchia
e interroga il silenzio, solo questa
di te rimane mia aporia

mio indebito tralucere nel sogno.

p. 86

 

NOTA: Una poesia di Marco Vitale è presente in PASSIONE POESIA, con un commento di Giancarlo Pontiggia

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