Maddalena Bertolini: Ho paura di non amare abbastanza

Maddalena Bertolini, CORPUS HOMINI, puntoacapo 2016

C’è un’urgenza in queste poesie che ci riporta agli strappi della vita: le guerre, le violenze inferte e subite, i malori dell’animo quando non capiamo.
Questa urgenza tende la parola come un elastico, la tira per i capelli verso le lande del mondo, i paesaggi disastrati, le distruzioni dentro e fuori di noi.

i barbari non vengono da fuori
hanno accampato scuse e piantato
fiori nei nostri visceri e nelle involuzioni
cerebrali; salgono a galla come bolle
esplodo deluse per le strade.

p. 17

Ne consegue una forma di grido in bilico tra espressionismo e iperrealismo che si fa forza di una chiamata in causa, quasi pagina per pagina, della responsabilità della parola e di chi la pronuncia.

mio caro il desiderio di te
mi crepa come una fessura nel
tetto, soffici le tegole della mia pelle
e i visceri inquieti.
Vorrei che non ci fossi vorrei
non esistesse nessuna fame, nessuna fine
vorrei che questo confine
tra me e loro, tra loro e te
e viceversa, fosse un Mediterraneo navigabile.
Respingerei ogni barca piena di neri
all’abbraccio delle mie coste: eppure
dignitosamente ti desidero
affronto le emergenze, mi lamento appena
mio caro, è così chiaro che non posso farci
stare tutto, sbrigati a salvarci, ecco

p. 25

Il poeta scrive in prima persona chiedendo di caricarsi, come agnello sacrificale, del peso del peccato e del dolore. Diventa, soprattutto per condizione destinale, madre accogliente e dolorosa, grembo che rivifica il senso di ogni nascita.

…fammi
tornare madre, sempre a ogni
avvento nuovo a ogni uomo che vedo dare
alla luce e la luce stavolta è così tanta
da dire ferma, ci siamo

p. 14

Si può leggere, dunque, un aspetto mariano in questa voce femminile che esalta l’evento della nascita e nello stesso tempo si addossa tutta la responsabilità del dolore del mondo, arrivando a pronunciare parole come queste:

foreign figtters

ho bisogno delle tue esplosioni
se non lo farai tu lo farò io
il motivo non vale il rumore
della gente che muore: fattene
una ragione, quella che non mi hai dato.
Armato come un lupo brancolo e mordo. Esplodo.
Superbo, come il primo scoppio del mondo
sono l’inizio del dio nuovo il ritorno
del fuoco. Io brucio tu
mi guardi, sai sono qui
perché non mi hai tenuto stretto a te

p. 30

Questi figli propri sono tutti i figli della terra, portati con sé nello spazio della cronaca e della propria intimità.
C’è un luogo, però, che questa poesia vuole preservare, ed è la dimensione dell’altezza e del divino, una dimensione fisica, rappresentata dalla montagna e dal compito di scalarla.
Il mondo è così sollevato sulle proprie spalle nell’ aurea di un sacro tutto caravaggesco che ha messo in sordina le sfumature dell’ombra – diventata inquetudine dell’anima – e ha esaltato la forma tragica delle cose, “gli scoppi”, sia che riguardino la nascita dei bambini, sia le bombe vere.

E intanto loro esplodono, nei parchi-gioco tra le
altalene, tra le bancarelle, tra le mani dei cristiani
ebrei, musulmani, tra le braccia di dio dicono
e esplodono. Io no.
Non riesco e non ho scuse ho perso
la vittoria del vero. Fammi
saltare il cuore
nel petto con un innesco tuo, pietoso
perfetto

p. 16

Il “tu” a cui spesso si rivolgono queste poesie – figlio, padre, marito, altro da sé – coincide con la nominazione degli esseri tutti in un modo che non finge e non trattiene le scorie della scrittura e i suoi strappi.

quando arrampico ricordo
che sono innamorata dei tuoi capelli
color dolomiti e di quegli occhi
blu smodato; la roccia è un drago freddo
con la pelle a placche, diedri, fessure e
cenge, scaglie e slanci indi alla vetta:
quando sono in cima con la croce
piantata come la lancia di San Giorgio
allora mi ricordo che la amo

Sebastiano Aglieco

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