PASSIONE POESIA: … Paolo Fabrizio Iacuzi

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PATRICIDIO ALL’IMPRUNETA

Oh Roberto che vivi tra i pruni in un luogo
di pena. Mentre la notte si levano oltre cortina
le voci straziate. E la marea del sonno ti assale
mentre tu solo sai dire poche parole a fatica.

Ti ho conosciuto nel teatro dei simulacri
del tuo primo libro. Lo lessi nell’orto di guerra
fra Artaud e Bataille. E mi insegnasti la poesia.
Ed io elessi te Giuseppe Cesare Milo e Maurizio

come le cinque dita della mano. Parente stretto
vostro come dentro il mio mondo di ragazzo
serpeggiava la diversità e il male. Poi mi esclusi
da tutto. Persino dai miei stessi compagni.

Come fosti escluso tu dalla felicità. E ora che tenti
di pronunciare ancora parole mi guardi in sogno.
E mi dici: Dammi il colpo di grazia. Coltivare
la morte fin dall’inizio è un gioco al massacro.

Ma ora che sto pensando a questo sogno. Penso
alla colpa che non mi abbandona. Di averti
lasciato fra i pruni della ragione. Ma tu per me
sei già in paradiso. Sei già oltre il tuo male.

Come Campana nel manicomio di Castelpulci.
Tu fra gli infermi che non posso visitare. Perché
non si può sfidare la morte senza rimanerne
segnati per sempre. Mentre scrivevo questo libro

ho sentito spezzarsi i caratteri dell’alfabeto.
Farsi rivolta la punteggiatura che ho escluso
per sempre. Farsi strane facce come quando
si inviano messaggi web e non si vuole penare.

E’ l’emozione del Padre che torna a farsi parola
indecifrabile. Io non so se esista il paradiso.
Ma so che esiste un luogo di pruni che il Padre
ha scordato di nominare. E’ in questo giardino

degli incurabili e dei trapassati già in vita
che mi piacerebbe ritrovarci. Insieme a Osvaldo
Soriano che vive nel braccio della morte
in un carcere del Texas. Ed il suo sogno è già

condiviso dai suoi bambini…

(Paolo Fabrizio Iacuzzi, da Patricidio, Aragno, 2005)

*

…E mi insegnasti la poesia
di Sebastiano Aglieco

Si tratta del frammento di un poemetto più ampio tratto da “Patricidio”, libro pubblicato nel 2005 da Aragno e pensato in stretta relazione, come tutti gli altri finora apparsi, con i temi di Iacuzzi: le origini, i rapporti genitoriali e generazionali, la formazione affettiva, i maestri; non per ultimo, la mitologia storica di un microterritorio – la sua Pistoia e i suoi Appennini – strettamente correlata con la propria mitologia, in un travaso continuo che riconosce l’ineluttabilità dell’appartenenza a un luogo, a una storia.
Il testo è e dedicato a Roberto Carifi, poeta pistoiese e maestro, colpito dalle stimmate di una vicenda destinale di dolore, Oh Roberto che vivi tra i pruni in un luogo / di pena. Si veda subito, da questa esclamazione incipitaria, il tono commosso e intimo di un testo che sembra scritto in forma di lettera, o confessione condivisa col lettore: privato che si fa parola plurale, poesia come “commento” apertissimo e “rivelazione”.
Così la rinuncia o la fatica, il ridursi della voce del poeta a drammatico balbettamento, rappresenta, di conseguenza, la denuncia di un’oralità mancante, di un ruolo sociale che alla poesia non compete da tempo. Il poeta, sdradicato dalla sua voce, è ora presenza paradossalmente più grande, Sei già oltre il tuo male. La poesia è oltre il corpo del poeta, la sua morte fisica. Essa esiste, forse, come icona del Tempo stesso che riassume ogni tempo, ogni voce, Oltre i pruni della ragione.
Tema ricorrente, nell’opera di Iacuzzi, è poi la tendenza a farsi capro espiatorio, tramite di un espatrio, di una salvezza per tutti nel corpo stesso delle ragioni della propria storia, Penso / alla colpa che non mi abbandona.
Come può, in effetti, la poesia, rimanere così distante dall’oggetto da apparire, nel peggiore dei casi, mera sperimentazione, sconquasso formale, relazione scientifica, referto? Uno dei pregi che si può riconoscere a Iacuzzi, invece, è il costruire il suo discorso dentro le ragioni di un colloquio con l’ “altro”, anche l’ “altro che abita noi stessi, senza per questo dover rinunciare alla ricerca sulla parola, basta vedere gli esiti formali raggiunti nel suo secondo libro, Jaquerie.
La scrittura, del resto, può sentirsi in colloquio con l’altro solo se avverte una frattura con le ragioni personali del proprio abitare il mondo ma senza mai spezzare il delicatissimo legale che lega le ragioni della cosa e quelle del suo nome. Il testo è forte solo se si dà forma, una forma ben più salda della forma del mondo! Mentre scrivevo questo libro / ho sentito spezzarsi i caratteri dell’alfabeto. / Farsi rivolta la punteggiatura che ho escluso / per sempre.
Forte di questa posizione di disponibilità, Iacuzzi si può permettere di nominare direttamente: Ed io elessi te Giuseppe Cesare Milo e Maurizio // come le cinque dita della mano. Parente stretto / vostro come dentro il mio mondo di ragazzo / serpeggiava la diversità e il male. Cinque poeti, cinque maestri per ogni dito della mano, cinque corde a cui appendersi per salvarsi, per dare senso alla propria vita, almeno attraverso la parola ben salda, vessillo innalzato senza paura di fronte al destino.
Così si avverte in questo testo, forse più che in altri, il racconto della propria formazione, del suo più autentico battesimo: non il riconoscimento di una propria dignità nel mondo, ma nel cerchio dei fratelli nella parola, in un ambito dell’umano dove la finzione e la verità dell’arte rendano possibile la restituzione di un qualche torto subito, la contemplazione del proprio dolore su un altare di fronte al quale tutti si devono inginocchiare. Diversamente nella realtà, l’incontro avviene in luogo di pruni che il Padre / ha scordato di nominare. E’ in questo giardino // degli incurabili e dei trapassati già in vita (dice Iacuzzi citando Jarmann) / che mi piacerebbe ritrovarci.
Iacuzzi sembra far riferimento alla poesia come a un luogo senza giudizi, uno stato purgatoriale da attraversare in forma di attesa, eterna sospensione, e in cui egli colloca gli ultimi, compreso se stesso, lontani da un padre che forse non ha portato a compimento il proprio ruolo formativo.
Mi sembrano questi versi, tra i più commoventi scritti da un poeta della mia generazione. S/centrati, proprio per questa necessità del dire senza alcuna retorica ma attingendo direttamente alle fonti della propria vocazione umana e di poeta.

*

Paolo Fabrizio Iacuzzi è nato a Pistoia il 10 marzo 1961. Vive a Firenze, dove è editor  presso Giunti Editore. Si occupa anche di critica e promozione culturale. Ha pubblicato le raccolte di poesia: Magnificat, 1996, e, per Aragno, Jacquerie, 2000, Patricidio, 2006, Rosso degli affetti, 2008 e il recente Pietra della Pazzia, Giorgio Tesi Editrice, 2016 . È presente in diverse antologie. Ha tradotto, tra gli altri, Lunch Poems di Frank O’Hara, Mondadori, Milano, 1998. Ha curato, Poeti a Pistoia negli anni Ottanta, Vallecchi, Firenze, 1989, l’antologia Il tempo del Ceppo, Dialogo fra racconto, poesia e critica, Giunti, Firenze,1997 e, con altri, Lezioni di poesia, Dizionario della libertà, Le parole della libertà in ventisei grandi scrittori contemporanei, Passigli, Firenze, 2002. E’ il curatore delle opere complete di Piero Bigongiari.

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2 Replies to “PASSIONE POESIA: … Paolo Fabrizio Iacuzi”

  1. Ho apprezzato molto il testo è il tuo commento. Approfitto per augurarti Buon Anno! Fiammetta

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