Marco Ercolani: Annotando poeti contemporanei

Di Marco Ercolani segnalo un lavoro in due volumi pubblicato in pdf su LA DIMORA DEL TEMPO SOSPESO. Contiene una nota al mio RADICI DELLE ISOLE.

radici

 

 

 

 

Riprendo il testo in questo spazio e ringrazio Marco.

*

Radici delle isole. I libri in forma di racconto (La Vita Felice, 2009)

«Scrivere è, per me, una specie di esercizio spirituale. Cerco di scrivere tutte le mattine, con la stessa regolarità con cui si pronunciano le preghiere. Pregare, dicono i buddisti, è ripulire, non è elemosinare una grazia. Si prega, dunque, con noi stessi, con la parte più vera di noi stessi, e per noi stessi. Le parole semplificano e portano e in cambio non vogliono nulla. Scrivere è consegnare, mettere da qualche parte. Aprire una porta perché qualcuno possa entrare senza tirarlo per la giacca. Ecco, forse, il senso del mio lavoro sul blog “Radici delle isole”. Il blog è, appunto, esattamente questo: consegnare il proprio testo al Nulla. Aprire una porta. Permettere qualcosa. E’ un atto cerimoniale, un sacrificio ai piccoli dèi che si nutrono della nostra carne. Il diario personale, dunque, non c’entra niente. La scrittura è un atto gratuito, un dono disinteressato. Davvero, non c’è nulla in cambio. Perché, chi prende qualcosa, lo prende per la sua vita. Si ringrazia chi ha scritto solo per questo».

Aglieco osserva: «Vorrei che questo libro fosse letto come un racconto dell’attenzione e della cura, non come un saggio letterario. Non si discute alcuna teoria. Si indica, piuttosto, un compito!». E questo compito è il racconto «dei libri, degli incontri che li hanno preceduti e accompagnati», e quindi è anche «storia di amicizie, di approfondimenti». E ancora: «I libri, comunque, mi hanno sempre cercato. Mai sono stati scelti». Da qui la natura, da “dettato” sonnambulico, da percezione “al limite”, di questo libro-diario di viaggio su temi di poetica e libri di poetica. Ancora Aglieco scrive:

«Questo libro è un diario di libri». Da qui la natura impressionistica di questa flânerie, nel tentativo di trovare quelle che sono le sfuggenti “radici delle isole”; affinché le isole che emergono, e non restano sommerse come l’isola ferdinandea, trovino solidità non nella loro acquorea o vulcanica natura ma proprio nelle solide, poetiche parole che le raccontano. E poi, c’è il gusto, individuale e inconciliabile, di chi legge: «La poesia la riconosciamo in un verso, in un frammento. È la dimensione oggettiva di questa legione di versi. Non può funzionare un elenco in base a un merito, a un agone Sono solo piccoli libri che ci piacciono».

In Radici delle isole vediamo questi libri, di cui Aglieco parla, e la sua generosità è pari alla sua passione. Anche trovare un buon verso nel “minore dei minori”, appare un’impresa di salvezza, di gioia. «Scrivere è un peso, non un passatempo. È duro scontro con la pietra viva delle nostre ossa». E sottolinea quale deve essere il compito dei poeti:

«Costruirsi un luogo oscuro in cui ci rintaniamo con gli occhi bendati e dimentichiamo tutti i fratelli, i nemici, le stesse parole che ci hanno stregato, obbligato. Non appartenere a nessuno, ogni tanto. Tornare a essere quel niente che eravamo prima delle nostre parole bucate».

Al wanderer Aglieco i poeti tornano in mente, così, naturalmente, mentre cammina assorto, dentro il bosco dei libri che lo hanno scelto. Come scrive Amelia Rosselli, citata da Sebastiano: “Scrivere è chiedersi com’è fatto il mondo”. Ed è giusto che il libro si chiuda con una lettera, e la lettera conclude così:

«Chi vive nella luce è pacificato, dura meno, si brucia. Noi abbiamo questo ritegno, questo dolore dell’apparire e ne soffriamo, Noi siamo esigenti, non ci accontentiamo della prima parola, del primo avviso. Noi siamo capaci di scavare fino a sotterrarci. Ecco, volevo dirti che in questo non-esserci l’essere è sempre. Da qualche parte, in qualche modo. Ci siamo tutti, sia che decidiamo di abitare la notte, il giorno o il regno intermedio che ci fa soffrire. Anche le parole, forse soprattutto le parole sono fatte di ombre. E non durano. Servono? Non lo so, ma esistono».

Sebastiano lo sa. Le ombre sono inservibili ma essenziali, e lo splendore di libri come questo può solo illuminarle. Seguendo il consiglio antistorico e confidenziale di Harold Bloom, si può sempre dire: «Le poesie non nascono come risposte ad un tempo presente […] ma in risposta ad altre poesie». Aglieco è poeta che sempre risponde cercando non si sa quale bellezza. Osserva Josip Brodski: «Il compito del poeta è dire qualcosa di memorabile, qualcosa che suscita, a prescindere dal contenuto, una sensazione di inevitabilità linguistica». Inevitabilità è la parola necessaria per sentire come nasce e si sviluppa una poesia che non si arresti alla mimesi naturalistica dei sentimenti e del reale. Ogni opera, nella sua sostanza profonda, come indica Aglieco in alcuni appunti recenti dal suo blog “Compitu re vivi”, non è mai opera finita ma schizzo sempre compiuto incompiuto, radicato nella periferia dell’essere, scarabocchio rabdomantico ben noto alle intuizioni dei folli e dei bambini:

«Nelle esperienze di massima dissociazione il disegno rabdomantico, stenografato, conciderebbe dunque con l’urgenza del gesto abrupto del bambino, col segno ”disociale” dello scarabocchio appuntato ai margini del taccuino, del progetto in bozze della grande opera non realizzata: col contorno dunque, e con la periferia, dove abitano le forze primordiali dell’ispirazione».

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