Paride Mercurio: Pinakes

Il numero 105 della rivista milanese IL SEGNALE, ospita un mio testo inedito in siciliano sul tema della casa e questa recensione:

Paride Mercurio, LA PERSISTENZA DEL TEMPO, Book Editore 2015

9788872327364_0_0_1503_80Si dice sempre che viviamo in un’epoca in cui tutti gli stili sono possibili. Constatazione ormai banale ma sempre utile da ricordare. Qualche anno fa, probabilmente si trattò di un’intuizione profetica, o forse un’invenzione commerciale per riattivare il mercato dell’arte, fu adoperato il termine “postmodernismo”, segnando definitivamente, o forse prendendo semplicemente atto, della superiorità del museo e dell’archiviazione; ma anche della relatività del giudizio e della parità “democratica” della fruizione.
E’ un dato di fatto che l’opera d’arte non si costruisce più per passaggi stilistici successivi dentro il contenitore di una storia di riferimento con cui fare i conti. Nessuna scrittura è più necessaria e indispensabile al nostro tempo. Ne consegue che ogni scrittura è buona e funzionale e coincide con un’estetica debole. C’è da chiedersi, a questo punto, quali siano le ragioni profonde della scelta di uno stile, di una poetica, e se l’opera di un autore non sia da valutare proprio in ragione di queste scelte.
Nel caso del testo di Paride Mercurio, è possibile ipotizzare un discorso critico a partire dalla sezione “Pinakes”, “tavolette votive, spesso ignote, che si appendevano all’immagine della divinità, sulle pareti dei santuarî o degli alberi sacri (…) L’esempio più cospicuo di questo genere di ex voto è dato dai rilievi di terracotta di Locri”, (fonte: http://www.treccani.it).
Il sostrato sembra essere, dunque, l’appartenenza a un territorio geograficamente e culturalmente riconoscibile, di natura mediterranea; nello specifico, una terra madre a cui ritornare con una lingua nobilissima, non corrotta. Si tratta di un alessandrinismo sintetizzabile come momento conclusivo di tutta una cultura precedente, il Classicismo, giunto fino a noi in veste di modello imprescindibile, da utilizzare in forma di reazione a ogni modernismo di turno.
Alla base di questi riferimenti estetici e culturali si potrebbe intuire la filigrana di un manifesto poetico, una reazione, ipotesi suffragata dall’analisi dei contesti di altre opere di alessandrinismi moderni, per esempio Kavavis; dall’altra una rie/vocazione, anche di natura affettiva ed emozionale; si veda l’opera di Sandro Penna, ma anche di poeti più recenti come Giancarlo Pontiggia e Marco Vitale.
Si tratta di operazioni accompagnate da dispositivi retorici sofisticati; nel caso di Mercurio leggiamo un chiarissimo omaggio alle forme della tradizione classica, persino ai contenuti a cui esse rimandano. Se ne riceve l’impressione generale, in certi passaggi, di una retorica cosciente e perfino intellettualistica, per esempio nell’uso delle assonanze interne o di certe rime leggere; ma anche, nei passaggi della prima sezione “Disiecta”, un sentimento di cosciente distacco dalle angustie del presente. “Sono io che sogno rose, versi, amplessi, profeti / e deità terribili, l’Acheronte ed il Tartaro”, p. 13; “Il tempo è un’impostura? È artifizio o regola di natura?”, p. 14. Del resto anche le due sezioni: “Nugae” e “Eclogae”, espressamente catulliane, segnalano un allontanamento dalla città, dai suoi ingranaggi di triturazione e di reinvenzione decadente della lingua.
Ecco: probabilmente il complesso apparato di cultura che Paride Mercurio mette in atto, è da interpretarsi come una risposta al sepolcro della modernità, alle sue logorree, alla dimenticanza, ai neologismi e alle neopoetiche, queste ultime destinate a svaporarsi nel grande calderone della perdita di senso, o della ricerca di un senso che ancora non vediamo.
E’ la reazione a ogni forma di ermetismo che riduce la lingua a oggetto significante di se stessa, in opposizione a un classicismo solare; la leggiamo in alcuni componimenti della sezione “Pinakes”, in cui l’opposizione alla lingua sibillina, alla lingua delle sacerdotessse di Apollo, viene sbeffeggiata a favore di una lingua drammatica più umana, più disponibile al dubbio, quella dell’indovino Tiresia: “Neri presagi / m’ingombrano la mente / se viene sera”, p. 73; a dirci di una premonizione avvolta dalle nebbie che nessuna lingua è in grado di sondare.

Sebastiano Aglieco

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