Patrizia Sardisco: esa esa

Patrizia Sardisco, CRIVU, plumelia edizioni 2016

9788898731121_0_0_1417_80E’ un dato di fatto, ormai, che il dialetto purifica l’italiano. Il titolo “crivu”, (setaccio) di questa opera prima, vincitrice del premio “Città di Marineo”, sottolinea, appunto, la cernita e il trattenimento – a parte i sassi grossi – delle impurie delle proprie vicende e di quelle della lingua.
Il dialetto, secondo un pensiero un po’ estremo, non dovrebbe avere né storia né maestri ma mantenere una propria verginità, con debiti da rimettere direttamente alla terra, alla raccolta delle messi – o al limite, al degrado della terra nel tempo – .
Se questa è un’idea non condivisibile da tutti, costituisce però, per quanto mi riguarda, una tensione, una poetica, un desiderio di altezza.
Tensione vuol dire anche espressione, torsione, l’intelligenza di saper scantonare il rischio di una parola/arcadia che di fatto non esiste, soprattutto per chi scrive oggi.
Scrivere in dialetto è dunque il lavorio di reinventare una lingua, partendo dai sostrati che sempre agiscono, sia in senso culturale che biografico e autobiografico.
Si possono avvertire questi lasciti appartenenti a un novecento ermetico, retrodatati rispetto alle istanze della poesia più recente, nella versione in italiano – curatissima – : ascendenze alessandrine, rivitalizzate, come è noto, dal Quasimodo delle traduzioni e dal Quasimodo ermetico dei cavalli di luna e di vulcani. Ma anche per una sottile vena di malinconia che attraversa i versi a partire dallo spaesamento provocato dai paesaggi notturni e dalle “voci” che li abitano. Si potrebbe immaginare la “voce” come il pensiero più ricorrente, capace di coinvolgere una riflessione sul tema dell’ispirazione: la lingua tout-court, del dialetto, oppure la presenze di forze ctonie che in un altro scritto ho chiamato “grandi madri”.
Per apprezzare la forza del dialetto, basti osservare come tra le traduzioni in italiano, seppur bellissime, e la versione in siciliano, si attui un passaggio dalle forme letterarie a una concretezza di suono essenzialmente di natura fonica e ritmica, con il successivo passaggio all’ambito valoriale della metafora e del detto popolare, anche se in misura minore – il dialetto ha poche parole per esprimere i concetti astratti – .
Alcuni esempi: il generico “rami” dell’italiano, diventa “antinni”. Noce, “u per’i nuci”, a indicare un radicamento alla terra. Suggestiva è anche la resa di certe assonanze dolcissime, “esa esa” per “piano piano”.
Straordinarie mi sembrano poi tante parole della parlata di Patrizia Sardisco che non conosco perché il mio dialetto non le contempla.
Non si tratta, insomma, di scrivere nel dialetto parlato ma di riportarlo sulla carta in forma di reivenzione, di arso riflesso allo specchio, senza per questo perdere il proprio senso di identità.
L’altro aspetto già suggerito, quello metaforico, si realizza in invenzioni, già a partire dal primo testo, in cui si chiarisce il senso di questo “crivu”, fino a una indicazione di stampo proverbiale:

Tempo di terra che non sa il proprio frumento

L’appartenenza alla propria terra, così radicata per chi continua ad abitarla e a parlarne la voce, che è come il soffio che si dipana dai quattro elementi naturali, deve fare i conti con la percezione di qualcosa che non torna, che va evocato per scongiuro o per preghiera. Si veda tutta la sequenza “u nfernu”, (l’inferno).

Sebastiano Aglieco

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ALCUNI TESTI

UN POSTO DI VACANZA

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