Arte o non arte… chi se ne importa

I disegni di Sheradzade

(chiesetta del Parco Trotter, Milano, fino a sabato)

wp_20161115_15_56_42_proSi va a una mostra per annusare un artista. Si parla, si pensa davanti a un quadro, perchè una vera opera ci suscita sempre delle domande. La grande pittura è preservata dal suo stesso classicismo, invece le grandi biennali di arte contemporanea spesso annoiano per insipienza e scandalosa povertà tecnica – del Bello non importa niente ormai a nessuno -.
L’arte è pilotata. Un grande artista cinese contemporaneo – ma vorrei dire un grande furbo – fa il giro del mondo e la gente abbocca. Perchè si sa…l’esilio…la dissidenza, son tutte cose che rendono in soldoni, equamente spartiti tra artista, gente di contorno, galleristi, impresari…Fruttano i volti dolorosi e le disgrazie dei diseredati. L’arte non li salva. L’arte ci guadagna, in tutti i sensi.

wp_20161115_15_59_09_proI disegni di Sheradzade non fingono, come fanno molti artisti impegnati. Non sono costruiti a tavolino, in un atelier, da mandrie di aiutanti che realizzano manufatti firmati dal grande artista di turno con la sua stilografica d’oro. Sono, innanzitutto, disegni ingenui di una bambina, espressione di un’arte infantile che i patinati musei italiani si ostinano a non riconoscere. E non allargo il discorso alla parola, perchè potrei lanciarmi in invettive.
I disegni di Sheradzade, con una descrizione del dettaglio che ha del miracoloso, raccontano, in presa diretta, la tragedia dell’esilio, dei campi d’accoglienza, della mancanza di cibo, del mare in tempesta, della speranza, persino. Un quaderno e una scatola di pennarelli bastano.
wp_20161115_15_57_48_proQuesti disegni annullano la domanda se ci troviamo di fronte a una mostra di pittura o ai disegni di una bambina. Ci stringono contro un muro costringendoci a riflettere sul senso che hanno oggi le immagini di un mondo sempre più inquinato dalle imamgini.
I disegni di Sheradzade comunicano, mandano a gambe all’aria l’estetismo dell’arte contemporanea e la umiliano. Questo perchè Sherazade non sa di essere un’artista. Non si pone domande ma solo visioni, allucinazioni di un’umanità defraudata della sua dignità, della sua vocazione ad esistere.
Rappresentano, questi disegni, il nostro stesso esilio, il nostro desiderio di abitare una casa, una patria, una parola che sappia rappresentare il nostro dolore, la nostra rabbia, la nostra imperitura speranza.
Sheradzade è figlia di popoli fuggiti dalla loro terra. Disegna, descrive, denuncia perchè è la sua stessa pelle ad essere impressa del marchio infamante della dispersione.
wp_20161115_16_05_08_proL’esilio, già: l’unica condizione, oggi, in grado di produrre arte, arte necessaria – e non importa se partorita da una bambina o da un artista patentato – per la nostra sete di spiritualità e di giustizia.
C’è un celeberrimo brano musicale di Korsakov, dedicato alla principessa Sheradzade. Al termine dell’opera, in un momento emozionante, nella scena della tempesta, la voce della principessa si libera dall’orchestra in un assolo di violino. Come la voce della bambina Sheradzade che si alza, coloratissima e dolente, già dolorosamente consapevole, sulle sorti di un popolo in fuga. Anche noi apparteniamo alla fuga; da noi stessi o da qualcun altro non importa.
Sebastiano Aglieco

 

(ascolta dal minuto  36)

 

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