Mia Lecomte, c’è troppo silenzio perfino per soffrire

Mia Lecomte, AL MUSEO DELLE RELAZIONI INTERROTTE, LietoColle 2016

al_museo

C’è una parola, in questo nuovo libro di Mia Lecomte, che riassume un certo modo di procedere per elencazione ed esposizione, ma che poi indica anche la propensione a sottrarre gli oggetti dalla loro storia, raffreddandoli ancora vivi, quasi per timore di scottature o per urgenza di passare oltre.
Questa parola è “collezione”, e la troviamo in un testo centrale per l’economia del libro, intitolato “Time capsules”, (capsula del tempo), un contenitore in cui vengono deposti certi oggetti e testimonianze del presente, sotterrati, per essere poi eventualmente ritrovati in epoche future.
Questa capsula è, dunque, il museo dei reperti/totem depositari di un clima di separazione e perdita – una crisi famigliare, la fine dell’amore – (Carlo Bordini in una nota), ma si veda come, qui, le cose non siano totalmente abbandonate alla loro carne perchè, dice Lecomte, ” soltanto questa nostra morte / vedrà completata la tua collezione”, p. 33.
La scrittura si pone, allora, come necessario cammino espiatorio, da percorrere con la penna in forma di vanga o di tutore, un cammino accompagnato da giagulatorie di parole che chiedono forma, prima ancora di arrivare a una meta eventuale. In fondo, lo dice la stessa Lecomte nella nota: “i luoghi (…) non sono quelli della scrittura – che avviene sempre altrove – ma quelli dove si è acceso lo spunto, sollecitato da un presunto accadere”.
Il tempo, come sappiamo, non è solo una dimensione dell’accadere ma anche dello spazio. Spazio/tempo che investe la poesia di una dimensione sospesa tra l’esigenza di raggelare, o rallentare, e il rischio della dispersione, la perdita della “cosa”, cioè della parola stessa.
La poesia ha dunque la forma di un canto sospeso, di uno zenit, o di un equilibrio, in cui la parola può ancora immaginare che “quel fermo immagine ci coglierà insieme di sorpresa / mentre staremo godendo stretti dell’attimo in eccesso / tu farai in tempo a dire ci si potesse amare qui per sempre / io a dire che un secondo a volte è più che sufficiente”, p. 27.
Resta il fatto che, prima della teca, della vetrina espositiva, intercorre uno spazio sospeso tra un passato prossimo ancora da definire e un presente assai ambiguo, che forse è anche il tempo delle allucinazioni e dei fantasmi, oltre che del compito e della resa.
Gli oggetti, insomma, assumono il peso drammatico degli stessi corpi, di un essere che è non in quanto pensiero, ma carne, sostanza, resistenza a s/fiorire. “Eppure le rose erano tutte bianche / una carezza ancora possibile per noi”, p. 24.

Sebastiano Aglieco

TESTI

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...