Margherita Rimi: una lingua per arginare il male

Margherita Rimi, NOMI DI COSA, NOMI DI PERSONA, Marsilio 2015

6632640_979145

Il libro inizia con testi “clinici” dedicati ai bambini: infanzia negata, genitorialità immatura, descrizioni di sintomatologie e sedute con davanti un foglio bianco su cui scrivere e disegnare. È dunque una poesia sospesa tra cronaca in presa diretta del trauma, tentativo di interpretarlo e riconsegnarlo a un perdono impossibile. Frammento lirico imparentato con un dire basso, a suo modo vertiginoso.
Lo strumentario retorico è destrutturato, si legge in controluce. I risultati finali riguardano scelte stilistiche che hanno a che fare col frammento, chiarezza di immagini e rigore di pensiero.
La poesia di Margherita Rimi, seppur concretissima, si presenta scarnificata fino all’osso, va di pari passo con la necessità di una metacognizione, seppur non astratta, senza la quale non è possibile immaginare alcun sistema – e la poesia è, a suo modo, un sistema -.
Da una parte, quindi, la prassi, la concretezza “Vogliamo rimanere medici e psichiatri, disapprovando gli smarrimenti parafilosofici”, dall’altra il pensiero, la riflessione sul senso dell’accadere nella storia delle persone: “L’arte più che rapportarsi a un oggetto da creare deve riprendersi il senso di un valore di pensiero”.
Certo, Margherita Rimi scrive da una posizione privilegiata, l’osservazione continua dei bambini in stato di disagio, appunti che poi diventano occasione di riflessioni su se stessa, sulla storia della propria infanzia e dei propri nodi; in questo stato di continua tenzone etica, la parola non può fingere, non può ridursi a moncherino segnico che non “significa”. Piuttosto, dovendo fare i conti con forze contrarie, deve porsi il problema della forma e risolverlo in funzione della percorrenza di un doppio binario in cui chi scrive e chi legge finisce per guardarsi dal finestrino di due treni che sfrecciano paralleli e in senso contrario.
Lo sguardo si interroga, dunque, in questo libro, proprio perchè s’incontra con l’altro, è costretto a percepirne quantomeno la presenza, il sottotesto, la narrazione. Leggere l’altro vuol dire rimandare lo sguardo su se stessi, rispecchiarsi.
Una cosa risulta evidente: il ruolo della parola nella prassi della diagnostica e in quella successiva dell’analisi. La parola, già in sè segnica, è, cioè, strumento di simbolizzazione e quindi, forse, di riappropriazione:

C’è una punta di lingua
e una di matita

Metà degli occhi
Metà delle orecchie

Una parola detta
e una scritta

C’è bisogno di un rigo

quando finiscono le cose
queste hanno sempre un nome.
p. 25.

Contro la freddezza del procedimento clinico, Rimi investe la poesia del compito della formula, di una definizione della lingua in sè.

una fortezza vuota la lingua…

Tentano un titolo…

Io non rispondo più al mio nome….
p.47

È il punto zero dell’esistenza della lingua fuori dalle parole del vocabolario, dell’alfabeto. La lingua/corpo nel suo corpo:

I

Il suo corpo legge quello
che passa per la mente.

E aspetta:
come vogliono venire
le parole che
rivoltano il pensiero

II

Nel suo corpo, non passa quello
che passa per la mente

Dove guarda il mio bambino. Cosa guarda
Con chi sta quando non piange
p.48

Si possono leggere queste poesie con l’atteggiamento necessario del massimo distacco, analisi cliniche, anamnesi in corso. Oppure col doppio sguardo che è costretto a utilizzare Rimi: quello della descrizione del referto e quello del poeta che investe il racconto della pietas.
Troviamo a volte, in forma di breve cantilena, di balbettamento, inserti in lingua siciliana in cui si suggerisce la presenza di una lingua ancora vergine, lingua materna che non distingue ancora il dentro dal fuori, la regola dal piacere; lingua buona, non ancora la lingua dei grandi che non sanno parlare quando parlano ai bambini.

Non sanno parlare
quando parlano ai bambini:

– non trovano la lingua –

Pensano di mettere: una virgola
di sistemare con precisione
il punto

di regolare tre “diminutivi”
al posto del
ragionamento

Pensano in più
di non
sbagliare.

Ma i bambini mirano. Là.
La prossima parola è al bersaglio

Pensano: “non c’è una scuola
per parlare con i grandi”.
p. 53.

Il trovare la lingua già da piccoli, quando si hanno ancora poche parole, sembra essere l’arma affilatissima per dare senso al dolore pronunciandolo ad alta voce e, quando fa troppa paura, restituirlo all’esperienza del mondo in simboli, in metafore.
Queste, tuttavia, non bloccano i vissuti come delle statue, non bruciano il nervo che porta il sangue al dente. Sono stanze un po’ mobili, santuari in cui le porte e le finestre possono cambiare in un tempo diverso della vita permettendoci un esercizio di compromesso, di accettazione dell’ineludibile nel flusso inarrestabile della vita.

Sebastiano Aglieco

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...