La Clessidra, l’ultimo numero

Il numero 1/2 – 2015 del semestrale LA CLESSIDRA, pubblica un’importante reportage dal titolo POESIA E SCUOLA, interventi di poeti e insegnanti sul fare poesia a scuola. I contributi sono di: Sebastiano Aglieco, Corrado Bagnoli, Roberto Bertoldo, Maurizio Casagrande, Giorgio Morale e Chandra Livia Candiani.

Pubblico in questa sede il mio:

*

IL CAMMINO SULLA NEVE E’ LA MIA SCRITTURA MAGICA

foto Sebastiano Aglieco
foto Sebastiano Aglieco

La traduzione del termine poesia, poiesis, è fare.

Lo sanno tutti, eppure spesso stupisce o innervosisce ricordarlo.

Il novecento ci ha abituati a concettualizzazioni estreme, tali per cui la parola, il segno pittorico in particolare, sono stati considerati come strumenti a servizio di una filosofia, di una metafisica che li sovrasta.

È uno strano rapporto quello che si è creato da moltissimo tempo tra la manualità del gesto e l’idea. Quest’ultima non sembra passare direttamente dalla sostanza della forma ma è mediata dalla didascalia, dalla spiegazione, senza la quale l’opera sembra addirittura non poter esistere.

In questo contesto che definirei di “filosofia strumentale”, la parola rimane, certo, la più povera delle arti, la più esposta alla frettolosità dell’ispirazione; e quindi al rischio di un’autoreferenzialità da tenere sotto controllo, considerando, tra l’altro, il difficile contesto comunicativo entro cui i libri di poesia provano ad esistere.

Eppur bisognerebbe imparare a dar nome a questo uroboro che si morde la coda: rimasugli avanguardistici, citazioni stantie di un novecento tutto da risistemare, narcisismi giovanilistici e generazionali… e potrei continuare a lungo.

Che fare? Da anni provo a smantellare qualche pregiudizio ridefinendo, nel modo più radicale possibile, proprio il rapporto tra la parola e il suo fare, il suo edificarsi partendo dal gesto minimo, dalla stimolazione sensoriale, da un’intuizione animalesca. Il contesto in cui mi trovo a lavorare non mi permette, ed è un bene, di sbandierare alcun risultato, alcuna strategia di vendita.

Sto parlando del laboratorio più privilegiato che possa esistere, quello della scuola elementare, quel luogo in cui è possibile osservare il modo in cui si forma la parola poetica per la prima volta; parola che, attraverso la fruizione della lettura, accede al mondo degli altri per ricreazione di senso, dimostrando che il lettore è spesso un creatore inconsapevole di altre parole. Sempre, però, che si riesca ad esorcizzare il preconcetto romantico che il bambino è un essere tutto spirito e osservazione, spontaneo e poeta fin dalla nascita!

Si tratta, piuttosto, di trasmettere al bambino un modo di essere, predisponendo un teatro di segni che attraversino le zone calde e le zone fredde della conoscenza. Insomma: un setting educativo in cui la parola sia, appunto, la risultante di un fare.

Questo fare, dunque, si alimenta di sensi e percezioni. E come potrebbe essere diversamente! La parola viene dopo, e cioè quando è già parola che si è formata nella mente. Inconsapevolmente. Fare poesia è, dunque, prima di tutto, un essere, e il compito del maestro è quello di mostrare il suo modo di stare al mondo, di porsi di fronte all’esperienza della conoscenza.

Già a partire dalla prima classe si possono abituare i bambini a osservare le cose secondo il gioco ancestrale della similitudine, un gioco che, del resto, fanno spontaneamente senza adoperare metacognizioni.

In fondo è questa la differenza fondamentale tra poesia come fare, e poesia come metapensiero. In poesia il pensiero è un’espressione per immagini: quadri minimi e significativi di stampo leopardiano. Un fare consapevole. Il pensiero non imprime violentemente i suoi vessilli sulla materia bruta della creazione. E’, piuttosto, la pressione della mano a operare questo, l’incisione della carta per mezzo della punta della penna.

I bambini, strano a dirsi, amano moltissimo scrivere con la penna stilografica, fin da piccoli. Lo sosteneva Maria Montessori, l’ho scoperto io stesso, senza saperlo, in questi anni di insegnamento.

La penna stilografica è una metafora proprio di questo imprimere, graffiare, lasciare traccia; assomiglia all’aratro del contadino che scava i solchi sulla terra; al rude smuoversi delle zolle, così come i bambini si sporcano le dita quando l’inchiostro esce senza controllo. La parola scrivere mantiene il suono di questa ferita.

L’aratro solleva la terra così come, si potrebbe dire, la penna fa deflagrare scoppi di coscienza che improvvisamente hanno bisogno di parole – è bellissimo osservare il testo bruto del bambino che sta cercando parole, nascoste e già presenti dentro faticosi geroglifici che, lentamente, col tempo, ripuliti, lasciano intravedere la loro bellezza e la loro necessità –

La penna solleva la terra. Il respiro stesso si fa più calmo, la vista più acuta e l’attenzione più vigile. La scrittura, allora, è attenzione dello sguardo e dell’udito.

Il fare, dunque, gesto che gli antichi svincolavano dal pensare, è la fatica dello scalpellino che scolpisce la pietra, del pittore che riempie le tele di colori, dell’attore e del ballerino che, per giungere alla creazione, devono sentire la durezza della variazione e della scoperta sul loro stesso corpo.

In un’esperienza realizzata qualche anno fa con una classe, i bambini imprimevano un foglio di cartoncino bianco contro le fredde superfici del parco sotto la neve e il fango; sulla corteccia degli alberi, perché sulla carta rimanesse qualche traccia; sull’erba, con le mani bagnate, il freddo sulla faccia. Lo sguardo si concentrava sulla visione di cose che erano sempre state lì ma che ora si potevano vedere veramente per la prima volta. Le orecchie imparavano ad ascoltare il verso degli uccelli, dei minimi fruscii che improvvisamente affioravano dal silenzio.

Tutto questo fare veniva riassunto nella centralità della parola VEDO. Visione, dunque, osservando le tracce ora impresse sul foglio: un paesaggio visto dall’alto, una geografia, una cosmogonia che bisognava decriptare nominando, dando il nome, come per la prima volta, alle cose.

Chiamammo quell’esperienza animae – un video la documenta – …

Anime: le tracce che abitano le cose e che raccontano solo se siamo capaci di evocarle.

La scuola non è fatta solo di quaderni da correggere e da segnare con un voto; la vera scuola, sempre di più, ne sono convinto, è possibile farla solo chiudendosi alle spalle la porta della propria classe. A chiave. Offrire l’obolo che si deve a Cesare, alla formazione dei cittadini, e nello stesso tempo nutrirsi dell’utopia di formare persone a parte, dotate di un doppio sguardo sul mondo, di una fiducia più profonda della voce che parla in noi e ci chiede di dare il nome, di non aspettare che gli altri decidano per noi.

Si può fare questo con i bambini? Si, certo, forse soprattutto con loro. Perché, dice un bambino, Il cammino sulla neve è la mia scrittura magica.

Sebastiano Aglieco

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