Una risposta a Mauro Germani

Leggendo la lettera/confessione di Mauro Germani sul suo blog, si possono immaginare due strade: tacere definitivamente, come Mauro suggerisce, per amarezza culturale e per situazione destinale, oppure replicare duramente, buttare ancora carne sul fuoco, trincerarsi dentro a una torre circondati dai nemici che ora hanno nome e cognome.
Siamo al di là di queste possibili soluzioni. Siamo nel silenzio dell’indifferenza. Che vuol dire: proclamare la nostra non esistenza, l’inutilità del nostro operato. Scrivevo, qualche anno fa: “non c’è solitudine nell’essere giudicati, c’è solitudine nel non essere giudicati”.
Nessuno si straccerà le vesti per la nostra scomparsa. Del resto, se decidiamo di scomparire, dobbiamo avere il cuore sereno, né rimorsi né rabbia, né malinconia né nostalgia; un’azione pura, che non ci costi fatica.
Scrivere per noi, certo, è faticoso, ma è una fatica che fa i conti con la nostra coscienza e da cui ne deriva una qualche forma di gratificazione. Scrivere degli altri, per gli altri, fare critica, è ancora più faticoso perché in cambio non riceviamo niente. E così deve essere. Il nostro dono deve essere il niente. Se ci aspettiamo qualcosa, siamo già condannati.
Eppure, eppure, in tutta questa indifferenza, questa irriconoscenza, questa distrazione degli altri, stupisce il doppio giudizio, l’ingiustizia dello sguardo. Chi si straccia le vesti per la chiusura di un blog giudicato imprescindibile, rimane indifferente per la chiusura di un altro considerato secondario. Perché loro hanno già deciso che cosa è imprescindibile e che cosa è secondario.
C’è sempre giudizio, quindi, anche se non è espresso. Se io, che sono un poeta “piccolo”, dico, “non sarò più poeta”, nessuno è interessato ad andarsi a rileggere quello che ho scritto perché la mia dichiarazione già mi cancella, mi condanna ad essere di parte, a parte. E in fondo fa comodo a qualcuno; o per cattiva coscienza o semplicemente perché la mia scomparsa cancella un nome.
Se lui, che è un poeta “grande”, dice che si ritira dalle patrie lettere, allora tutti andranno a ri/leggere la sua opera, presi da un sentimento di sconforto e di perdita. Il grande poeta vive della somma dei giudizi che i suoi giustizieri hanno accumulato nel tempo. Il piccolo poeta vive delle voci piccole che non hanno eco, non fanno baccano, fanti di un esercito di nobili cavalieri.
Che cosa potrei aggiungere, o dire personalmente a Mauro? Se dico “nulla”, aggiungo nulla alla sua scelta di nulla. Se dico “silenzio”, meglio non dire. Dico questo:
Non credo alla poesia come a un’arma capace di cambiare il mondo, né, tanto meno, noi stessi.
Non credo al senso delle letture pubbliche, delle presentazioni – ne faccio sempre meno, secondo un giudizio di pura piacevolezza e necessità interiore -.
Non credo alle voci che urlano dai microfoni. Sinceramente romperei un po’ di microfoni in testa con grande piacere.
Mi mandano in bestia i poeti in fasce che si accompagnano ai padri, agli zii, e strisciano per una prefazione, un invito, un premio. O peggio; che scrivono come i loro padri per poi mandarli al diavolo perché hanno trovato altri potentati più redditizi. E magari cambiano stile.
Si potrebbe dire: “sei un ipocrita, non dire che tu non l’hai fatto”.
La differenza sta nel capire quando, a un certo punto, non dobbiamo più farlo, perché davanti a noi, ora, c’è la dura strada della maturazione e della libertà. Se arrivi a questo, certo, sei solo, ma solitudine e libertà si stringono spesso la mano e puoi parlare a voce alta perché nulla ti aspetti più in cambio. Se parli a voce alta, gli altri devono stare zitti perché nel silenzio riconoscono la tua grandezza, il tuo coraggio nel dire. Anche se a loro non interessa veramente ciò che dici, perché è giudicato col metro dell’utilità.
Credo sempre di più alla poesia esercitata nel circolo dei poeti estinti, tra pochi; e non per spoccheria intellettuale o per ritornare a parlare con gli angeli ma per restituire alla parola il suo vero senso spirituale. Per questo mi sono inventato una piccola rivista che si chiama “Da uno spazio bianco, per una narrazione del silenzio”.
Copie distribuite? 4. Un vero circolo dei poeti estinti! Autentico. Necessario. Quale logica?: stamparla solo per chi me la chiede, non 100 copie da regalare a poeti e critici distratti e disinteressati.
Credo, caro Mauro, che si possa essere sereni continuando a scrivere tra pochi veri poeti, possibilmente anche amici; continuare a fare, parlare, scrivere, sapendo che nulla ne avremo in cambio e se qualcosa in cambio arriverà sarà per vera e sincera gratitudine. Da queste gratitudini disinteressate nascono i veri incontri, nasce la possibilità di credere ancora in una parola che non è, non è mai stata solo nostra; che se ne fotte degli ismi, delle letterature, delle giustificazioni storiografiche e culturali e ci parla da un mondo di necessità e di pericolo che siamo costretti a rievocare tutte le volte che prendiamo una penna in mano.
Dovrei fermarmi anch’io, a volte sento l’istinto di farlo, anche per stanchezza – questo blog si prende troppo tempo – ma qualcosa di più profondo, di più grande di me – o forse solo la paura di una solitudine insopportabile – mi tira per la giacca e mi dice di andare avanti. Avanti c’è solo il nulla, certo, ma in fondo siamo esseri condannati al nulla. E il Nulla non è un concetto vuoto: è una promessa, è l’abbassamento tonale di tutti i nostri eroismi. E’ ciò che nutre la vera parola. Che ci rende veri, esistenti, anche se a volte gli altri ci attraversano come fantasmi.
Credo ai poeti con lo sguardo basso.
Credo ai poeti che sanno stare in mezzo ai bambini.
Credo ai poeti che non hanno paura delle lacrime.
Sebastiano

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One thought on “Una risposta a Mauro Germani

  1. Con il cuore in mano e la sensibilità che ti contraddistingue. Persone come te, che sento autentiche, fuori dal coro e dal mormorio stantio degli “scodinzolanti” mi rendono felice, perché mi dicono che esiste ancora l’essere umano, poeta o meno poco importa, in fondo. Sai quel che conta e lo dici bene. Grazie.

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